Processo viziato da anomalie non conformi agli standard fissati dal diritto internazionale Amnesty deplora la condanna a morte di Saddam Hussein

Amnesty International ha deplorato la decisione della Corte penale suprema irachena (SICT) di condannare a morte Saddam Hussein e due dei sette suoi coimputati, al termine di un processo che è stato profondamente viziato e iniquo.

L’ex dittatore iracheno è stato condannato a morte in relazione all’uccisione di 148 abitanti del villaggio di al-Dujail, dopo un fallito attentato del 1982 contro di lui. Il processo, iniziato nell’ottobre 2005 – quasi due anni dopo la cattura di Saddam Hussein da parte delle forze Usa -  si era concluso nel luglio di quest’anno. Il verdetto, già
previsto per il 16 ottobre, era stato rinviato perché la Corte aveva chiesto più tempo per riesaminare le testimonianze. La sentenza sarà rivista dall’organo di Cassazione della SICT e, se confermata, dovrà essere eseguita entro 30 giorni.
"Questo processo avrebbe dovuto essere un contributo fondamentale per ristabilire la giustizia e lo stato di diritto e per assicurare verità e giustizia per le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate sotto il regime di Saddam Hussein" – ha commentato Malcolm Smart, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. "Invece si è rivelato un affare squallido, segnato da gravi vizi che hanno messo in dubbio la capacità di questo tribunale di amministrare correttamente la giustizia, nel rispetto degli standard internazionali".
In particolare, l’interferenza politica ha compromesso l’indipendenza e l’imparzialità della Corte, causando l’abbandono del processo da parte del primo presidente della giuria e bloccando la nomina di un altro. La Corte non ha saputo prendere misure adeguate per assicurare la protezione dei testimoni e degli avvocati della difesa, tre dei quali sono stati assassinati nel corso del processo. Nel primo anno di detenzione, Saddam Hussein non ha potuto avere accesso all’assistenza legale e le proteste dei suoi avvocati, reiterate per tutta la durata del processo, riguardanti le procedure adottate dalla Corte, non paiono essere state prese adeguatamente in considerazione.
"Ogni imputato ha diritto a un processo equo, qualunque sia la gravità delle accuse nei suoi confronti. Questo fatto elementare è stato regolarmente ignorato nei decenni della tirannia di Saddam Hussein. La sua caduta aveva aperto le porte al ripristino di questo principio basilare e, allo stesso tempo, alla possibilità di fare piena luce sui crimini del passato. Questa opportunità è andata persa, tanto più con l’imposizione della pena di morte" – ha proseguito Smart.
Amnesty International seguirà con molta attenzione la fase dell’appello, in cui potranno essere presi in esame elementi sia di fatto che di diritto. La SICT ha, dunque, l’opportunità di rimediare ai vizi emersi nel processo di primo grado. Tuttavia, data la grave natura di tali vizi e il fatto che essi continuano a gravare sul processo in corso davanti alla SICT, Amnesty International sollecita il governo iracheno a prendere seriamente in considerazione altre opzioni, tra cui integrare il tribunale con giudici internazionali o trasferire il processo a una corte internazionale, un’ipotesi suggerita a settembre dal Gruppo di lavoro dell’Onu sulle detenzioni arbitrarie.
Saddam Hussein, insieme ad altri sei imputati, è attualmente sotto processo davanti alla SICT per svariati capi d’accusa relativi alla cosiddetta campagna "Anfal", nel corso della quale, nel 1988, migliaia di curdi iracheni furono vittime di uccisioni di massa, torture e altre gravi violazioni dei diritti umani.