Opinione del Segretario generale della Sezione svizzera Taser, un'arma potenzialmente mortale

Per ironia della sorte sarà proprio il 10 dicembre, Giornata mondiale dei diritti umani, che il Consiglio degli Stati deciderà di autorizzare o meno l’utilizzo delle armi paralizzanti a elettrochoc – più comunemente conosciute come “tasers” – nell’ambito delle misure di costrizione impiegate nelle procedure d’espulsione di stranieri.

Il Consiglio nazionale si è già pronunciato di recente a favore dell’utilizzo di queste armi che consentono, tramite scosse elettriche che possono raggiungere un’intensità di 50’000 Volt, di immobilizzare degli individui recalcitranti, talvolta purtroppo con esiti fatali.
Basta un esempio: il 14 ottobre scorso, un immigrato polacco di 39 anni è stato “immobilizzato” con l’uso dei “tasers” dopo aver dovuto attendere per alcune ore nel settore arrivi dell’aeroporto di Vancouver. Un video girato da un testimone mostra l’uomo, in evidente stato di agitazione, che rovescia alcune sedie e getta per terra un computer, prima di essere bloccato al suolo con due scariche elettriche dagli agenti accorsi. Pochi istanti dopo l’uomo è deceduto. Se in questa circostanza specifica la diretta correlazione tra la morte e l’impiego dei “tasers” non è stata finora formalmente accertata, il caso dimostra che malgrado la sua pericolosità il ricorso a quest’arma può essere del tutto sproporzionato. Il recente episodio è soltanto uno tra i 300 decessi provocati dall’impiego dei “tasers” recensiti da Amnesty International tra il mese di giugno 2001 e il mese di novembre 2007.
Queste armi, presentate dai loro fabbricanti come non letali, non sono armi banali. Il loro impiego dovrebbe essere proporzionato alla gravità della minaccia e riservato esclusivamente alle situazioni in cui le forze dell’ordine sono legittimate a ricorrere alle armi da fuoco.

L’argomento centrale dei partigiani dei “tasers” nel quadro delle espulsioni di stranieri è quello di affermare che il rischio di un esito fatale è inferiore a quello che si avrebbe ricorrendo a un’arma da fuoco tradizionale. Una tesi che fa rabbrividire. Significa, infatti, che se i “tasers” non esistessero, dovremmo autorizzare l’uso di armi da fuoco nel corso di simili operazioni! La domanda che ci si pone allora è: ci troviamo qui nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata, della guerra al terrorismo, oppure nell’ambito della semplice esecuzione di decisioni, in prevalenza di tipo amministrativo, di espulsioni dal territorio? È davvero necessario fare uso di armi potenzialmente mortali contro persone – benché recalcitranti – il cui unico “delitto” consiste nell’aver soggiornato illegalmente nel nostro paese? Molte di loro sono persone in precedenza già detenute, disarmate e per la maggior parte del tempo ammanettate: non rappresentano pertanto una minaccia, né per se stesse ne per gli altri.

Anche alcuni capi di polizia si oppongono fermamente all’introduzione dei “tasers”. Una posizione supportata da una recente dichiarazione del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, secondo cui “l’utilizzo di queste armi elettriche, che provocano sofferenze estreme e costituiscono una forma di tortura, può anche in talune circostanze provocare la morte”.
Non rimane che sperare che la ricorrenza della Giornata mondiale dei diritti umani eserciti un’influenza benefica sul dibattito che avverrà al Consiglio degli Stati. Senatrici e senatori hanno l’obbligo morale di opporsi all’introduzione dei “tasers” nella legge svizzera.



Daniel Bolomey, Segretario generale della Sezione svizzera di Amnesty International