Rapporto annuale 2006 di Amnesty International Un anno di contraddizioni, tra malafede e segnali di speranza

Londra / Lugano, 23 maggio 2006. Il rapporto annuale di Amnesty International, pubblicato oggi, punta il dito contro la Svizzera e la sua politica in materia d’asilo: le persone la cui richiesta d’asilo viene respinta sono sempre più considerate come delinquenti e, se le nuove le Leggi sull’asilo e sugli stranieri saranno accettate dal popolo, rischiano di peggiorare le loro già precarie e spesso inumane condizioni. L’organizzazione per i diritti umani critica la Svizzera per il ricorso eccessivo alla forza e la violenza a sfondo razzista imputabile ad alcuni funzionari di polizia. A livello internazionale Amnesty rimprovera ai paesi più potenti e privilegiati del mondo di deviare l’attenzione della comunità internazionale verso le preoccupazioni relative alla difesa e alla lotta al terrorismo, invece di risolvere le gravi crisi umanitarie e le gravi violazioni che infieriscono nel mondo. Ma il rapporto 2006 di Amnesty evidenzia anche segnali di speranza: la mobilitazione mondiale per combattere la povertà e la giusta direzione intrapresa per arrivare a una giustizia internazionale.

Svizzera

Il rapporto 2006 di Amnesty International torna a esprimere un giudizio critico sulle Leggi sull’asilo e sugli stranieri che saranno sottoposte a votazione popolare in autunno, denunciando che esse violano la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. L’organizzazione rileva denuncia il ripetersi di casi di maltrattamenti e comportamenti irriguardosi dei diritti fondamentali da parte dei servizi d’immigrazione e di esponenti della polizia nei confronti di richiedenti l’asilo.

Amnesty ha raccolto informazioni che rivelano un ricorso eccessivo alla forza e atti di violenza a sfondo razzista imputabili a membri delle forze dell’ordine. L’anno scorso, sia il Comitato dell’ONU contro la tortura che il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa hanno reso pubbliche le loro raccomandazioni sulla Svizzera. Entrambi auspicano la creazione di una Commissione di ricorso cantonale indipendente, incaricata di ricevere le denuncie a carico di funzionari di polizia. Si propone inoltre che un osservatore indipendente sia sempre presente in occasione dei rimpatri dei richiedenti l’asilo respinti e si chiede che tali operazioni non siano più affidate a società di sicurezza private.

Internazionale

«Per difendere i loro interessi in materia di sicurezza, alcuni stati, collettivamente e individualmente, hanno paralizzato le istituzioni internazionali, speso inutilmente denaro pubblico, sacrificato principi fondamentali nel nome della guerra al terrorismo e chiuso gli occhi sulle massicce violazioni dei diritti umani in tutto il mondo». Parlando in occasione della presentazione del Rapporto annuale 2006 di Amnesty International a Londra, il segretario generale dell’organizzazione, Irene Khan, ha portato l’esempio del Darfour, dove l’intervento delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana non è stato efficace, e dell’Irak, precipitato nella spirale della violenza civile. «Quando i potenti sono troppo arroganti per riesaminare e rivedere le loro strategie, sono i più deboli e i più poveri che devono pagare l’alto prezzo delle ingiustizie» ha messo in guardia Irene Khan.

Il comportamento di alcuni stati, caratterizzata dalla doppiezza e dal rifiuto di sottostare alle medesime regole degli altri paesi, è pericolosa: indebolisce la capacità di intervento della comunità internazionale, rendendola inerme in situazioni gravi come quelle verificatesi in Cecenia, Colombia, Afghanistan, Iran, Uzbekistan o in Corea del Nord. Paesi dove violazioni, spesso impunite, dei diritti umani sono all’ordine del giorno.

Motivi di speranza

L’anno appena trascorso ha visto una delle più grandi mobilitazioni della società civile nella lotta alla povertà e nella battaglia per il riconoscimento dei diritti economici e sociali. Ma il summit mondiale delle Nazioni Unite, che ha esaminato i progressi fatti per raggiungere gli obiettivi del Millennio in materia di sviluppo, ha rivelato l’incapacità degli stati di tenere fede alle loro promesse. Alcuni governi, benché proclamino il loro attaccamento ai diritti delle donne, non sono riusciti a introdurre una vera uguaglianza fra ragazzi e ragazze nel sistema scolastico.

Un nuovo passo è stato invece compiuto nella direzione di una giustizia internazionale, con i primi capi d’accusa emessi da parte della Corte penale internazionale per i crimini contro l’umanità perpetrati in Uganda.

Stati potenti hanno dovuto rendere conto davanti ai loro tribunali e alle istituzioni pubbliche di metodi contrari ai diritti umani: la corte suprema del Regno Unito ha impedito al governo britannico di utilizzare informazioni ottenute sotto tortura.

Il Consiglio d’Europa e il Parlamento europeo hanno aperto inchieste sul coinvolgimento di stati europei nella vicenda delle cosiddette «restituzioni» organizzate dagli Stati Uniti, cioè il trasferimento illegale di prigionieri verso stati dove corrono il rischio di essere sottoposti alla tortura e ad altre violazioni dei diritti fondamentali.

«Oltre a condannare con la più grande fermezza gli attacchi terroristici contro civili, dobbiamo combattere la posizione di quegli stati che pretendono di poter ricorrere alla tortura nella lotta al terrorismo» ha affermato Irene Khan. «Non è gettando benzina sul fuoco che si spegne un incendio».

Rapporto annuale online: www.amnesty.it | La Svizzera nel Rapporto | ordinare il rapporto