Statistiche sulla pena di morte nel 2011 Un piccolo gruppo di paesi procede a un numero allarmante di esecuzioni

Nonostante una tendenza generale, a livello mondiale, verso l’abolizione della pena di morte, un gruppo di paesi sempre più isolati ha proceduto, nel 2011, a un numero allarmante di esecuzioni. La ...

Nonostante una tendenza generale, a livello mondiale, verso l’abolizione della pena di morte, un gruppo di paesi sempre più isolati ha proceduto, nel 2011, a un numero allarmante di esecuzioni. La Cina continua a mettere a morte migliaia di persone, mentre in Medio Oriente si è assistito a un aumento importante del numero di persone mandate al patibolo.

Il numero di esecuzioni recensite da Amnesty International è aumentato da 527 nel 2010 a 676 nel 2011. Si osserva un forte aumento delle esecuzioni in Iran, Iraq, Arabia Saudita e in Yemen. Questi quattro Stati sono responsabili del 99% del totale delle esecuzioni recensite in Nord Africa e Medio Oriente.

Le condanne alla pena capitale e le messe a morte hanno sanzionato una serie di infrazioni tra le quali: l’adulterio e la sodomia in Iran, la blasfemia in Pakistan, la stregoneria in Arabia Saudita, il traffico di ossa umane nella Repubblica Democratica del Congo e le infrazioni alle leggi in materia di stupefacenti in oltre 10 Stati. I metodi di esecuzione impiegati nel 2011 sono stati: decapitazione, impiccagione, iniezione letale e fucilazione.

Queste cifre globali non includono le migliaia di esecuzioni che, secondo Amnesty International, si sono registrate in Cina, paese che non rende pubbliche le statistiche sulla pena capitale. Questi dati non prendono inoltre in considerazione la probabile estensione del campo d’applicazione della pena di morte in Iran.

Migliaia di persone sono state messe a morte in Cina nel 2011: più di tutti i paesi del mondo riuniti. Le statistiche sulla pena capitale sono però considerate segreto di Stato. Per questo motivo Amnesty International ha deciso di non pubblicare più le proprie cifre frutto di fonti pubbliche in Cina, poiché l’organizzazione è convita che queste siano ben lungi dal dare una visione fedele alla realtà.

In Iran Amnesty International ha ottenuto informazioni credibili che attestano un gran numero di esecuzioni non confermate o segrete, un fatto che farebbe quasi raddoppiare il numero di messe a morte ufficialmente riconosciute. Nel paese almeno tre persone sono state mandate al patibolo per dei crimini commessi quando non avevano ancora raggiunto i 18 anni di età, in piena violazione del diritto internazionale.

Nella maggior parte dei paesi in cui delle persone sono state condannate alla pena capitale o messe a morte, i processi non hanno rispettato le norme internazionali in materia di equità. In alcuni casi delle “confessioni” sono state estorte sotto tortura o con la forza, soprattutto in Arabia Saudita, Bielorussia, Cina, Corea del Nord, Iran e Iraq.

 

Si conferma la tendenza in favore dell’abolizione

Nel 2011 solo 20 paesi su 198 hanno messo in atto esecuzioni – un fatto che rappresenta una diminuzione di oltre un terzo in dieci anni (erano 31 nel 2002). Nel mondo 141 paesi, quindi oltre due terzi, sono abolizionisti nel diritto o nella pratica. I Parlamenti del Benin e della Mongolia hanno adottato una legge in vista della ratifica del principale trattato delle Nazioni Unite il cui scopo è abolire la pena capitale.

La Bielorussia rimane l’ultimo e unico paese in Europa a procedere a esecuzioni nel 2011.

Nel 2011 gli Stati Uniti sono stati l’unico paese delle Americhe a portare a termine delle esecuzioni. Il loro numero è però diminuito a 43 nel 2011: erano 46 l’anno precedente e 71 nel 2002. Nel 2011 negli Stati Uniti sono state pronunciate 78 nuove condanne capitali. Questa cifra segna un’importante diminuzione: la media delle condanne a morte pronunciare ogni anno negli anni ’80 e ’90 era infatti di 280. Negli Stati Uniti l’Illinois è diventato il 16esimo Stato ad abolire la pena di morte, mentre in Oregon è stata annunciata una moratoria sulle esecuzioni.

“La maggior parte dei paesi nel mondo non ricorre alla pena di morte” ha dichiarato Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International. “Il messaggio che rivolgiamo ai dirigenti dei paesi minoritari e isolati che continuano a togliere la vita alle persone è chiaro: siete totalmente sfasati rispetto al resto del mondo su questa questione ed è ora che agiate per mettere fine alla forma di punizione più crudele, disumana e degradante che ci sia”.