È necessario controllare il commercio del materiale bellico

Amnesty International fa pressione sui governi del mondo intero affinché elaborino un trattato internazionale sul commercio di armi che protegga/tuteli i diritti umani.

Nel 2003 Amnesty International ha lanciato con Oxfam e IANSA (International Action Network on Small Arms) la campagna internazionale «Control Arms» con la quale si chiedeva un controllo rigido del commercio mondiale degli armamenti. L’obiettivo delle organizzazioni coinvolte era quello di ottenere l’elaborazione da parte delle Nazioni Unite di un Trattato internazionale per il commercio delle armi (ATT), giuridicamente vincolante che vieti i trasferimenti di armi che violano il diritto internazionale e i diritti umani.

La campagna aveva raccolto adesioni in modo originale: invece di apporre una firma infatti un milione di persone, ovunque nel mondo, hanno letteralmente messo la faccia, facendosi fotografare e aderendo a una foto-petizione internazionale. I ritratti sono stati consegnati nel 2006 all’allora Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan.

«Control Arms» ha raccolto un grande successo. Infatti in seguito al suo lancio nel 2006 si è dato il via al processo di elaborazione di un futuro trattato. 153 governi si sono espressi a favore di questa iniziativa, 25 si sono astenuti mentre un solo paese, gli Stati Uniti, hanno espresso un voto contrario. Da allora Amnesty International rimane impegnata su questo tema attraverso attività di lobbying e azioni pubbliche dei suoi attivisti.

La situazione attuale

Il 2012 sarà un anno cruciale poiché nel mese di luglio gli Stati membri delle Nazioni Unite si riuniranno per negoziare il testo del Trattato internazionale sul commercio di armi. Questo documento dovrebbe essere adottato dall’Assemblea generale dell’Onu nel mese di dicembre.

Il rischio che alcuni governi facciano tutto il possibile per indebolire il trattato è serio e da non sottovalutare. Tra le potenze internazionali che auspicano il blocco dei negoziati figurano dei nomi di peso: la Cina, la Russia, il Pakistan, l’Egitto, l’India ai quali si aggiungono 15 altri paesi. Stati Uniti, Africa del Sud e Brasile sono invece da contare tra gli Stati scettici nei confronti di un tale trattato. Non è quindi da escludere la possibilità che le negoziazioni sfocino in un nulla di fatto.

Nell’ottobre 2011 Amnesty International ha pubblicato un rapporto dedicato al trasferimento di armi verso i paesi del Medio Oriente, anche a partire dalla Svizzera. Un altro documento pubblicato nel febbraio 2012 denuncia i trasferimenti di armi dalla Cina e dalla Russia verso il Sudan. Entrambi questi rapporti dimostrano l’urgenza di un controllo del commercio delle armi efficace.

La situazione in Svizzera

Nel 2005, accettando un postulato, il consiglio federale si è impegnato a sostenere un trattato in questo senso. Fino ad oggi ha avuto un ruolo secondario nei negoziati, pur sostenendo la maggior parte delle opzioni forti, il cui obiettivo è ottenere un trattato efficace. Ora c’è da augurarsi che la Svizzera mantenga la sua posizione e non abbassi la guardia di fronte alle forti pressioni esercitate dai grandi produttori di armi come Stati Uniti e Russia, per citarne solo alcuni.

L’atteggiamento globalmente positivo della Svizzera non impedisce la fornitura di armi svizzera a dei paesi “problematici». Alcuni esempi in questo senso sono documentati dal rapporti di Amnesty International «Il trasferimento di armi verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Lezioni importanti in vista di un trattato efficace sul commercio di armi».

In Svizzera, la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) è l’autorità incaricata di approvare le esportazioni di materiale bellico. Per ogni richiesta di esportazioni andrebbero presi in considerazione «il rispetto dei diritti umani» e «il mantenimento della pace». Le rivendicazioni di Amnesty riguardo la Svizzera riguardano in particolare l’applicazione rigida delle regole in vigore in materia di esportazione di armi.

10 maggio 2012