Un membro del gruppo LGBTI keniota “Out in Kenya” a Nairobi © Pete Muller
Un membro del gruppo LGBTI keniota “Out in Kenya” a Nairobi © Pete Muller

Africa subsahariana Omofobia in pericoloso aumento

Le aggressioni e le persecuzioni omofobe sono sempre più evidenti in Africa subsaharaiana. Ciò dimostra che l’omofobia ha raggiunto un livello di guardia, rivela Amnesty International martedì 25 giugno, in occasione della pubblicazione di un rapporto particolareggiato sulle discriminazioni cui sono confrontate le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender o int

ersessuate  (LGBTI) del continente.

Intitolato Quando amare diventa un crimine. La criminalizzazione delle relazioni tra persone dello stesso sesso in Africa subsaharaiana, il rapporto esamina il fenomeno della criminalizzazione  crescente degli «atti omosessuali» in Africa,ove un certo numero di governi tenta d’imporre sanzioni draconiane o di estendere la portata delle leggi esistenti, ivi comprese quelle che prevedono la pena capitale.


«Occorre far cessare queste aggressioni, che sono talora mortali – ha dichiarato Widney Brown, direttrice generale incaricata del diritto internazionale e della strategia politica ad Amnesty International –. Nessuno dev’essere colpito o ucciso perché è attratto da tale o talaltra persona o perché ha relazioni intime con lei».

«Purtroppo, in numerosi casi, tali attacchi contro persone o gruppi di persone sono incoraggiati dai responsabili politici o religiosi che dovrebbero al contrario approfittare della loro posizione per combattere le discriminazioni e promuovere l’uguaglianza».

L'omosessualità punita per legge

Spesso qualificata come «relazione carnale contro natura» o «atto contrario all’ordine naturale», l’omosessualità è oggi un illecito penale in 38 Stati dell’Africa subsaharaiana.

Nel corso degli ultimi cinque anni, il Sudan del Sud e il Burundi hanno adottato leggi che penalizzano le relazioni tra persone dello stesso sesso. In Uganda, Liberia e Nigeria, progetti di legge che mirano ad aumentare il peso delle sanzioni esistenti sono in discussione dinanzi ai rispettivi parlamenti.

Il rapporto presenta lo stato delle legislazioni vigenti in tutto il continente ed esamina l’impatto negativo di tali disposizioni sulle persone LGBTI africane. Un certo numero di queste, con cui Amnesty International si è intrattenuta, hanno evocato la loro lotta quotidiana per la sopravvivenza alla discriminazione e alle minacce. Il rapporto descrive casi particolari verificatisi in Uganda, Kenya, Sudafrica e Camerun.

Vi sono paesi in cui la normativa che prevede sanzioni penali non viene applicata ma la sua esistenza fornisce a poliziotti e cittadini il pretesto per compiere abusi, come estorsioni et ricatti.

In Uganda, la proposta di legge relativa alla repressione dell’omosessualità resta una spada di Damocle per la comunità LGBTI. Presentato in parlamento più volte dal 2009, spesso in concomitanza con momenti di disordini sociali legati all’aumento del prezzo dei carburanti e degli alimentari, il testo prevede l’applicazione della pena di morte per «omosessualità con circostanze aggravanti » e sanzioni penali contro chiunque non denunci le violazioni delle disposizioni – di vasta portata – di legge.

I responsabili nazionali e religiosi in Africa tendono spesso a qualificare gli «atti omosessuali» come comportamenti importati dall’Occidente, estranei alla cultura africana. La maggior parte delle leggi repressive delle relazioni tra persone del medesimo sesso è tuttavia lascito diretto del periodo coloniale, e ora la destra religiosa di paesi occidentali quali gli Stati Uniti finanzia e incita attivamente l’omofobia in Africa.

In numerosi casi la stampa attizza ed esacerba l’ostilità nei confronti di persone che non si conformano alle norme eterosessuali, mettendole spesso in pericolo. In Uganda, la rivista Rolling Stone ha pubblicato nel 2010 la foto del militante LGBTI David Kato, col titolo: «Impiccatelo!». L’uomo è stato ucciso in casa sua un mese più tardi.

Sudafrica

In Sudafrica, paese la cui costituzione è una delle più progressiste al mondo e riconosce i diritti delle persone LGBTI, le relazioni tra persone del medesimo sesso non sono un’infrazione penale. Amnesty International ha nondimeno raccolto informazioni che confermano la persistenza di un numero elevato di violenze e uccisioni a danno di persone LGBTI. Tra il giugno e il novembre 2012, sette persone almeno, di cui cinque lesbiche, sono state assassinate durante violenze mirate e motivate, in base a ogni evidenza, dall’orientamento sessuale e l’identità di genere delle vittime.

«Gli stati africani debbono cessare di negare che l’omofobia è un problema per i diritti umani e riconoscere che i diritti delle persone LGBTI fanno parte della lotta in favore dei diritti umani. Gli Stati hanno il dovere di proteggere e non di perseguire», ha concluso Widney Brown.