Asia Centrale Ritorno della tortura in Asia Centrale

I servizi di sicurezza russi, ucraini e delle Repubbliche dell’Asia centrale uniscono le proprie forze per rapire, far sparire, sottoporre a trasferimenti illegali e torturare persone ricercate a un ritmo tale da far pensare a un programma regionale di «renditions ». Lo scrive Amnesty International in un rapporto reso pubblico mercoledì 3 luglio.

Nel rapporto intitolato Return to torture: Amnesty International’s concerns about extradition and forcible returns to Central Asia, l’organizzazione s’interroga sulla facilità con la quale i paesi dell’Asia centrale riescono ad organizzare il ritorno di persone provenienti da altri paesi della Comunità di Stati Indipendenti (CSI). Raramente delle richieste di estradizione vengono rifiutate poiché si sceglie di privilegiare il mantenimento di buoni rapporti tra Stati e la comune lotta contro il «terrorismo» piuttosto che il rispetto dei diritti fondamentali delle persone per le quali viene richiesta l’estradizione.

Quando il trasferimento di una persona è impedito, per esempio in seguito all’intervento della Corte europea dei diritti dell’uomo, si sovverte diritto internazionale per permettere che l’estradizione possa avvenire comunque.

«Vent’anni dopo lo sgretolamento dell’Unione sovietica, i vecchi legami, una cultura istituzionale comune e una simile concezione della minaccia da parte di gruppi islamisti armati uniscono tra loro le istituzioni che sono succedute al KGB sovietico», ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

«Le vecchie abitudini sono dure a morire. Queste «renditions» non sarebbero state possibili senza la complicità di funzionari di alto rango dell’apparato giuridico e della polizia. Non avrebbero avuto luogo se gli Stati della CSI non ignorassero di proposito il divieto assoluto della tortura e l’obbligo che hanno di non rinviare una persona in un paese nel quale rischia la tortura.»

Nel corso degli ultimi anni dei cittadini dei paesi membri della CSI sono stati rapiti da forze di sicurezza straniere attive in Russia e sono state rinviate con la forza in paesi dell’Asia centrale nonostante il loro caso fosse sottoposto all’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo e che la loro estradizione non avrebbe quindi dovuto avvenire.

Il coinvolgimento degli Stati

«Il diniego delle autorità, che si dicono innocenti e affermano di non sapere nulla di questi rapimenti, non è credibile. È praticamente impossibile che una persona ricercata sparisca al momento della liberazione dal carcere in un paese e ricompaia, poco tempo dopo, in una prigione di un altro paese senza il coinvolgimento e la stretta collaborazione tra i servizi segreti delle due nazioni coinvolte.»

Secondo numerosi resoconti avviene che i servizi di sicurezza di un paese della CSI interroghino – e torturino – persone detenute in un altro paese, beneficiando senza dubbio del consenso e della cooperazione dei servizi di sicurezza di quest’ultimo.

Nel corso degli ultimi venti anni migliaia di abitanti di questa regione hanno affermato di essere stati arrestati arbitrariamente, di aver subito torture o maltrattamenti da parte di persone che volevano estorcere loro delle confessioni sotto la minaccia o ottenere dei soldi dalle loro famiglie. I detenuti oggetto di accuse in legame con la sicurezza dello Stato o «l’estremismo religioso» sono particolarmente in pericolo.

«Il fatto più sorprendente con questi rapimenti, queste «renditions» e questi rinvii nell’ex-Unione sovietica è che non sono circondati dal segreto», ha dichiarato John Dalhuisen. «Sono stati descritti in numerosi verdetti della Corte europea dei diritti dell’uomo e nei rapporti dei meccanismi delle Nazioni unite. Ma ciononostante la comunità internazionale rimane a guardare, muta.»

«Un silenzio senza dubbio spiegato in gran parte dal fatto che, nell’ambito della lotta contro il terrorismo, i governi occidentali collaborino in modo analogo con i servizi di sicurezza e d’informazione di tutto il mondo – compresi i paesi membri della CSI. Un modo di fare che mette drammaticamente in questione l’integrità del sistema internazionale di protezione dei diritti umani e il divieto generalizzato della tortura.»

Londra – Lugano, 3 luglio 2013.