Miniera nella regione di Carnot, Repubblica Centrafricana, maggio 2015. © Amnesty International
Miniera nella regione di Carnot, Repubblica Centrafricana, maggio 2015. © Amnesty International

Repubblica Centrafricana Le aziende non devono trarre profitto dai diamanti insanguinati

I più importanti commercianti della Repubblica Centrafricana hanno acquistato diamanti del valore di svariati milioni di dollari senza verificare se questi finanziassero le attività di gruppi armati responsabili di esecuzioni sommarie, stupri, sparizioni forzate e saccheggi. Lo afferma Amnesty International oggi, 30 settembre 2015, nel rendere pubblico un nuovo rapporto.

Il rapporto intitolato «Chains of Abuse: The global diamond supply chain and the case of Central African Republic» documenta una serie di altri abusi nel settore dei diamanti, incluso il lavoro minorile e la frode fiscale.

Le imprese del settore dei diamanti della Repubblica Centrafricana potrebbero presto iniziare a esportare le pietre accumulate durante il conflitto in corso, nel quale sono morte 5'000 persone. Un divieto delle esportazioni in vigore dal maggio 2013 potrebbe venir parzialmente rimosso quando il governo raggiungerà le condizioni stabilite nel luglio 2015 dal Kimberley Process, ente responsabile per la prevenzione del commercio dei diamanti insanguinati a livello internazionale. Prima del conflitto i diamanti rappresentavano la metà delle esportazioni del paese.

«Se le imprese hanno acquistato diamanti insanguinati non può esser loro permesso di trarne profitto», ha dichiarato Lucy Graham, consulente legale del team Economia e diritti umani di Amnesty International, «Il governo dovrebbe confiscare questi diamanti insanguinati, venderli e poi investire i soldi a beneficio della popolazione. I cittadini della Repubblica Centrafricana hanno il diritto di trarre vantaggio dalle risorse naturali del loro paese. Mentre il paese tenta di ricostruirsi i suoi diamanti devono essere una benedizione, non una sciagura.»

Il rapporto, basato su colloqui con minatori e commercianti, illustra come gruppi armati – gli anti-balaka cristiani o animisti come pure i Séléka, in maggioranza musulmani – abbiano entrambi tratto profitto dal commercio delle armi controllando le miniere e «tassando» o estorcendo «protezione» da minatori e commercianti.

Inoltre il testo documenta problemi relativi a lacune nei controlli nei centri di scambio di diamanti a causa dei quali è possibile che diamanti insanguinati vengano commercializzati e venduti a livello mondiale.

Commerciante di diamanti incapaci di dimostrare la «due diligence»(dovuta diligenza)

Secondo il rapporto è altamente probabile che il più importante acquirente di diamanti del paese nel corso del conflitto, Sodiam – che ha accumulato una riserva di pietre preziose da 60'000 carati per un valore di 7 milioni di dollari - abbia comperato e stia attualmente acquistando diamanti che hanno finanziato gli anti-balaka.

Il secondo più grande commerciante – Badica – è già stato iscritto dall’ONU nella lista nera come pure la consorella belga – Kardiam – per aver acquistato e contrabbandato diamanti da zone orientali della Repubblica Centrafricana, in mano ai Seleka.

Nel maggio 2015 un rappresentante di Sodiam a Carnot ha confermato a Amnesty International che la compagnia ha acquistato diamanti nella parte occidentale del paese, e questo nonostante il conflitto, per conservarli fino a quando sarà possibile esportarli.

Il rapporto documenta l’importante coinvolgimento degli anti-bakala nel commercio di diamanti nell’ovest della Repubblica Centrafricana. Commercianti della zona, con i quali Amnesty International ha avuto dei contatti, erano a conoscenza del coinvolgimento degli anti-balaka, ma nessuno di essi sembrava scartare i diamanti che potrebbero aver finanziato il gruppo armato. Uno di questi commercianti, secondo il quale visitare le miniere è troppo pericoloso per motivi di sicurezza, ha mostrato ad Amnesty International delle ricevute per vendite a Sodiam. Altri venditori che hanno venduto a Sodiam hanno fatto ammissioni simili all’ONU.

Sodiam nega di aver mai acquistato diamanti del conflitto. L’azienda dice di non acquistare diamanti da miniere controllate da gruppi ribelli o da commercianti conosciuti per avere dei legami con loro, ma Amnesty International interroga i processi di «due diligence» (dovuta diligenza) dell’azienda.

Amnesty International auspica che il governo della Repubblica Centrafricana confischi i diamanti, a meno che Sodiam e altre compagnie esportatrici possano dimostrare di non aver finanziato gruppi armati. I diamanti confiscati dovrebbero venir venduti e i proventi investiti in opere di pubblica utilità.

Il settore del commercio di diamanti internazionale deve affrontare il fallimento del Kimberley Process

Il rapporto – che si occupa di vari paesi inseriti nel ciclo di approvvigionamento dei diamanti, dalla Repubblica Centrafricana al Belgio, passando per gli Emirati Arabi Uniti – mette pure in evidenza violazioni dei diritti umani, contrabbando e evasione fiscale in tutto il settore dei diamanti.

Nel marzo 2016 l’industria dei diamanti sarà riunita per il Jewellery Industry Summit (Summit dell’industria del gioiello) per discutere il tema delle «forniture responsabili». Amnesty International invita i governi e le maggiori compagnie del settore, quali de Beers e Signet, a sostenere l’introduzione di maggiori regolamentazioni per l’intero settore. Le compagnie di diamanti dovrebbero indagare sui cicli di approvvigionamento per individuare violazioni dei diritti umani, conflitti e altre pratiche contrarie all’etica o illegali, e rendere pubbliche le misure intraprese.

«Le compagnie di commercio di diamanti internazionali devono indagare con maggiore serietà per scoprire eventuali abusi nell’approvvigionamento della materia prima, dal lavoro minorile all’evasione fiscale. Concentrando la propria attenzione unicamente sui diamanti insanguinati, il Kimberley Process nasconde tutte le altre violazioni dei diritti umani e le pratiche senza scrupoli associate al commercio di diamanti,» ha dichiarato Lucy Graham.

«Questo deve essere un punto di svolta per l’industria dei diamanti. Gli Stati e le compagnie non possono più usare il Kimberley Process come una foglia di fico per rassicurare i consumatori che i loro diamanti sono „puliti“.»