Azione di Amnesty Youth in occasione della Giornata mondiale dei rifugiati, Zurigo © Amnesty International
Azione di Amnesty Youth in occasione della Giornata mondiale dei rifugiati, Zurigo © Amnesty International

Global Compact sui rifugiati Gli egoisimi nazionali non devono compromettere l'iniziativa di Ban Ki-Moon per mettere fine alla crisi

25 luglio 2016
A meno di una settimana dalla riunione di New York, dove gli stati membri delle Nazioni Unite dovrebbero raggiungere un accordo su un Global compact sui rifugiati, un improbabile ed eterogenea alleanza tra Australia, Cina, Egitto, India, Pakistan, Regno Unito e Russia rischia di compromettere l’unico tentativo attualmente in corso a livello mondiale per provare concretamente a fermare la crisi globale dei rifugiati, che riguarda oggi 20 milioni di persone, e a prevenire analoghe crisi in futuro.

Il documento da approvare a fine luglio sarà poi sottoposto all’adozione da parte del Summit delle Nazioni Unite in programma a settembre.

“Mentre manca poco tempo per finalizzare un accordo che potrebbe e dovrebbe cambiare la situazione, molto è ancora in bilico. Milioni di rifugiati sono in disperato bisogno d’aiuto: l’86 per cento di loro si trova in paesi a basso e medio reddito spesso dotati di insufficienti risorse per ospitarli mentre molti dei paesi più ricchi del mondo sono tra quelli che meno ne accolgono e poco s’impegnano” – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

“Al Summit delle Nazioni Unite di settembre, oltre 150 capi di stato e di governo getteranno le basi di un nuovo quadro globale per affrontare la crisi dei rifugiati. Dovremmo essere alla vigilia di un evento di portata storica e invece quello che si profila all’orizzonte è un fallimento di analoghe proporzioni, a causa della priorità che alcuni stati sono intenzionati a dare ai loro interessi egoistici nazionali a scapito dei diritti dei rifugiati” - ha aggiunto Shetty.
“Ma c’è ancora tempo per fare un passo indietro dal precipizio. Insieme a milioni di nostri sostenitori nel mondo, noi di Amnesty International diremo chiaro e tondo ai leader mondiali che un fallimento non sarà accettato” – ha sottolineato Shetty.

È dal novembre 2015 che il segretario generale Onu Ban Ki-moon chiede un nuovo approccio rispetto ai grandi movimenti di rifugiati e migranti. Nel maggio 2016, in un rapporto all’Assemblea generale, ha presentato una serie di proposte tra cui quella di un Global compact condiviso a livello internazionale sui rifugiati e sui migranti. Il piano finale verrà approvato a fine luglio per essere adottato il 19 settembre, al primo vertice di alto livello sui rifugiati e sui migranti convocato nell’ambito dell’Assemblea generale, descritto come “un’opportunità storica per definire una migliore risposta internazionale”.

Un aspetto centrale del nuovo accordo è la condivisione globale delle responsabilità: nessuno stato dovrebbe ospitare più della sua giusta quota di migranti e rifugiati e tutti gli stati dovrebbero riconoscere la loro responsabilità, legalmente vincolante, di rispettare i diritti umani delle persone costrette a lasciare le loro terre a causa della guerra o della persecuzione.

Attualmente, alla condivisione delle responsabilità molti stati preferiscono la delega della responsabilità: un’idea di corto respiro e, a lungo termine, perdente.
Amnesty International ha proposto agli stati membri delle Nazioni Unite un piano in cinque punti sulla condivisione delle responsabilità per quanto riguarda un’ospitalità e un’assistenza eque, basate su criteri oggettivi tra cui il prodotto interno lordo e i livelli di disoccupazione.

Tuttavia, i governi paiono sul punto di respingere gli obiettivi del summit di settembre per tutta una serie di ragioni e persino la frase “condivisione delle responsabilità” è a rischio. Il risultato è che il Global compact sui rifugiati sarà rinviato al 2018 perché alcuni stati insistono che debba essere data assoluta priorità a un Global compact sull’immigrazione.

Dietro tutte le scuse si rivelano, secondo Amnesty International, una mancanza di volontà politica, la predisposizione a tollerare la sofferenza del tutto evitabile di milioni di persone, la costruzione di ulteriori barriere e il desiderio di lasciare che tutto resti così.

“Ma il tempo perché tutto resti così è ampiamente cessato. Di fronte alla realtà che i paesi ricchi non fanno abbastanza per ospitare e assistere i rifugiati, è arrivato il tempo della condivisione delle responsabilità che è alla base del Global compact. I paesi ricchi e influenti devono smetterla di avanzare scuse e di far valere il loro peso” – ha detto Shetty.

“In passato, la comunità internazionale è stata unita quando si è trattato di reagire a crisi dei rifugiati e di recente le Nazioni Unite hanno individuato meccanismi condivisi per affrontare sfide globali di eguale dimensione. Un meccanismo concreto di condivisione delle responsabilità potrebbe salvare milioni di persone dalla miseria e dalla morte per annegamento o malattia, offrendo ai rifugiati percorsi reali, legali e sicuri di fuga dalla guerra e dalla persecuzione” – ha concluso Shetty.

Ulteriori informazioni
La Dichiarazione politica che dovrebbe essere approvata al summit di settembre e il Global compact sulla condivisione delle responsabilità relative ai rifugiati che dovrebbe derivarne nel 2018 non rimpiazzerebbero il sistema di protezione istituito dalla Convenzione sullo status di rifugiato del 1951 e dal suo Protocollo del 1967. Piuttosto, rafforzerebbero questo sistema creando un sistema duraturo nel tempo per affrontare crisi di lungo periodo o improvvise in tema di flussi di rifugiati.

Amnesty International da molto tempo fa pressioni sui governi del mondo affinché condividano maggiormente le responsabilità per proteggere i diritti dei rifugiati e, a settembre, lancerà una nuova campagna sulla crisi dei rifugiati.

I soci e i sostenitori di Amnesty International continueranno a premere sui rispettivi governi per sostenere il principio di una condivisione equa e autentica delle responsabilità, che possa dare ai rifugiati la speranza concreta d’iniziare una nuova vita in condizioni di dignità e sicurezza.