Un bambino nel campo per sfollati di Chaman-e-Babrak a Kabul. © Amnesty International
Un bambino nel campo per sfollati di Chaman-e-Babrak a Kabul. © Amnesty International

Afghanistan Sfollati interni raddoppiati negli ultimi tre anni: sono 1.2 milioni

Comunicato stampa, 31 maggio 2016, Kabul/Lugano – Contatto media
Il numero di afghani in fuga dalla violenza che sono rimasti intrappolati nel proprio paese – dove sopravvivono a malapena – è drammaticamente raddoppiato nel corso degli ultimi tre anni. Il dato viene messo in evidenza da un nuovo rapporto di Amnesty International.

Il numero di sfollati interni ha raggiunto l’impressionante cifra di 1.2 milioni, un aumento drammatico dai circa 500'000 registrati nel 2013. Gli afghani rappresentano già oggi una delle popolazioni rifugiate più importanti: si stima infatti che 2.6 milioni di afgani vivono al di fuori dei confini nazionali.

Il nuovo rapporto di Amnesty International,”My Children Will Die This Winter: Afghanistan’s Broken Promise to the Displaced” focalizza la propria attenzione sulle vittime dimenticate della guerra, persone che hanno abbandonato le proprie case ma rimangono sfollate entro i confini nazionali.

“Mentre l’attenzione mondiale sembra aver abbandonato l’Afghanistan, rischiamo di dimenticare le enormi difficoltà che devono affrontare le persone rimaste nel paese,” ha dichiarato Champa Paterl, direttrice del programma Asia del Sud di Amnesty International.

“Anche dopo aver abbandonato le proprie case alla ricerca di un rifugio, della sicurezza, un gran numero di afgani vive in condizioni deplorevoli, lottando quotidianamente per la sopravvivenza e senza una prospettiva per il futuro.”

Le ricerche condotte da Amnesty International evidenziano che nonostante le promesse fatte da governi successivi, agli sfollati in Afghanistan continuano a mancare ripari, cibo, acqua, assistenza sanitaria, la possibilità di ricevere un’educazione e trovare un impiego.

“Nemmeno un animale vivrebbe in questa capanna, ma noi non abbiamo scelta,” ha detto Mastan, una donna 50enne che vive in un campo a Herat, ai ricercatori di Amnesty International. “Preferirei essere in prigione piuttosto che in questo posto. Almeno in prigione non mi dovrei preoccupare per il cibo e per avere un riparo.”

La situazione è drammaticamente peggiorata nel corso degli ultimi anni, con meno aiuti e meno beni di prima necessità, quali il cibo, disponibili.

Un nuovo Piano nazionale per gli sfollati interni lanciato nel 2014 potrebbe rappresentare l’ancora di salvezza per molte di queste persone ma è stato a malapena implementato – ostacolato da accuse di corruzione, mancanza di mezzi da parte del governo afgano e un calo di interesse da parte della comunità internazionale.

Sgomberi forzati

Nonostante la promessa delle autorità afgane di migliorare le condizioni di vita degli sfollati interni, Amnesty International ha scoperto che la minaccia di sgomberi forzati – da parte del governo e di attori privati – è una realtà quotidiana.

Il 18 giugno 2015, primo giorno del Ramadan, un gruppo di uomini armati vestiti in abiti di stile militare hanno minacciato di far abbattere i riparo nel campo Chaman-e-Babrak, a Kabul. Un anziano ha protestato per il tentativo di sgombero forzato, rivolgendosi a un poliziotto perché fermasse le ruspe. L’uomo è stato picchiato dagli uomini armati, fatto che ha poi fatto scattare una manifestazione di protesta.

In risposta i residenti hanno raccontato che la polizia e gli uomini armati hanno aperto il fuoco sugli sfollati, uccidendo due persone e ferendone altre 10. Tra di essi un ragazzino di 12 anni. Nessuna indagine è stata condotta su quanto accaduto e nessuno è stato chiamato a rispondere per i fatti avvenuti.

Una lotta quotidiana per la sopravvivenza

La maggior parte delle comunità di sfollati interni non hanno accesso alle cure mediche di base. Potendo contare solo sulle cliniche mobili, coordinate dalle ONG o dal governo, già molto raramente disponibili, gli sfollati sono spesso costretti a rivolgersi a fornitori di assistenza sanitaria privati, che non si possono permettere.

“Se siamo ammalati devo fare l’elemosina e trovare i soldi per andare alla clinica privata,” ha raccontato una donna 50enne a Herat. ”Non abbiamo altra scelta.”

Non avendo delle entrate fisse gli sfollati interni si trovano così molto facilmente indebitati per somme ingenti. In un caso un padre di famiglia ha raccontato a Amnesty di aver dovuto prendere in prestito 20'000 Afghani (292$) per pagare un intervento per il figlio. “Per noi sono veramente tantissimi soldi,” ha detto l’uomo.

Nonostante l’affermazione che gli sfollati interni hanno il diritto di chiedere e ricevere cibo, acqua e un abbigliamento adeguato indicata nelle politiche adottate nel 2014 e nonostante gli obblighi sanciti dal diritto internazionale, il governo afgano ha fallito nel fornire l’accesso ai bisogni vitali di base. Le persone sono costrette a lunghi trasferimenti quotidiani per raccogliere l’acqua e stentano a trovare anche solo un pasto al giorno.

“Il cibo è un lusso qui, nessuno se lo può permettere,” ha detto Raz Muhammad, capo di una comunità nel campo Chaman-e-Barbak a Kabul. “Viviamo di pane e delle verdure di scarto del mercato. L’ultima volta che abbiamo ricevuto aiuti alimentari è stato prima dello scorso anno, quando abbiamo ricevuto tre sacchi di grano.”

Dal momento in cui sono stati costretti a lasciare le proprie case i bambini sfollati interni hanno dovuto interrompere la scuola e gli adulti sono in situazioni di disoccupazione cronica.

“Gli sfollati interni non dovrebbero subire discriminazioni,” ha dichiarato Champa Patel, “Dovrebbero beneficiare delle stesse opportunità per l’educazione e il lavoro di cui beneficiano tutti gli altri afghani.”

Le politiche relative agli sfollati interni esplicitano che nessun bambino sfollato dovrebbe vedersi negato l’accesso all’educazione, anche se non si può permettere di acquistare i libri, l’uniforme o altri materiali educativi.