© Amnesty International
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Giornata internazionale dei diritti umani Era del revisionismo?

Alla vigilia della Giornata internazionale dei diritti umani, il 10 dicembre, una riflessione di Nadia Boehlen, portavoce di Amnesty nella Svizzera romanda, sul futuro dei diritti umani in un epoca in cui sono sempre più numerosi gli Stati che tendono a mettere in discussione le istituzioni, i trattati e le leggi creati per la protezione dei diritti umani.

Alla vigilia della Giornata internazionale per i diritti umani, il 10 dicembre, una riflessione sul futuro dei diritti umani in un epoca in cui sono sempre più numerosi gli Stati che tendono a mettere in discussione le istituzioni, i trattati e le leggi creati per la protezione dei diritti umani.

Dall’adozione, nel 1948, della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno continuato a migliorare i trattati internazionali e le istituzioni che proteggono e promuovono i diritti umani. Il numero di Stati che hanno integrato le Nazioni Unite e ratificato questi strumenti è aumentato. Poco a poco i diritti umani sono progrediti, come lo dimostrano ad esempio la riduzione delle condanne alla pena capitale, la diminuzione del ricorso alla tortura o i miglioramenti in materia di diritti delle donne. Oggi quando avviene una grave violazione dei diritti della persona, la comunità internazionale è immediatamente allertata. Anche se, la situazione in Siria, Yemen e Darfur ne sono la tragica dimostrazione, il suo immobilismo è spesso esasperante. Anche se quasi tutti gli Stati membri violano i diritti umani, spesso ignorando spudoratamente i trattati che hanno ratificato.

Ciononostante si delinea una tendenza ben più grave, ovvero quella di numerosi Stati a danneggiare volontariamente le istituzioni, i trattati e le leggi create per proteggere i diritti umani. Dei governi cercano ormai di far passare la protezione di questi diritti per una minaccia alla sicurezza, ai valori o alla grandeur della nazione. E non si tratta solo di dittature sanguinarie come la Russia, che sta delineando un pericoloso progetto di espansione e di influenze che credevamo fosse ormai relegato al passato nel nostro continente, ne degli Stati dell’Est Europa e del centro, in preda a pericolose derive populiste.

No, oggi, sono le più vecchi democrazie a diminuire le libertà individuali alla base del loro ordine pubblico. E l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti rischia di accentuare questa tendenza. L’adozione di misure di sorveglianza di massa entra così in conflitto con diversi diritti fondamentali iscritti nelle Costituzioni o nel diritto internazionale.

Queste stesse democrazie rimettono in questione gli strumenti internazionali per la protezione delle persone che hanno esse stesse elaborato nel corso di quasi 70 anni. La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) sembra sempre più fragile nell’Unione Europea. Londra ha rifiutato di modificare la propria legislazione sul divieto generale del diritto di voto per i detenuti condannati, giudicato contrario alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo con quattro sentenze. Nicolas Sarkozy da parte sua vuole modificare l’articolo 8 della Convenzione così da “poter espellere qualsiasi straniero condannato al carcere”.

La Svizzera, che si para dietro la legittimità del voto democratico, si è appena dotata di una nuova legge sulla sorveglianza, e non sfugge a questa tendenza. Peggio, determinati ambienti elvetici tentano di estrarre la Svizzera dal sistema internazionale di protezione dei diritti umani. Lo dimostrano iniziative popolari quali “Il diritto svizzero anziché giudici stranieri”, per citare solo la più recente, che prevede la precedenza al diritto costituzionale svizzero sul diritto internazionale. Cosò, oltre ad attaccare delle forme specifiche di protezione dei cittadini svizzeri, questo genere di iniziativa alimenta un clima di revisionismo dei meccanismi internazionali per la difesa dei diritti umani. È fondamentale opporvisi.

 

di Nadia Boehlen, portavoce di Amnesty International per la Svizzera romanda

pubblicato in francese da Le Courier, l’8.12.2016

traduzione di Sarah Rusconi