© AFP/Getty Images
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Iraq Mosul: rappresaglie di milizie tribali sui civili

2 novembre 2016
I ricercatori di Amnesty International presenti in Iraq hanno denunciato oggi che negli ultimi giorni miliziani della tribù Sab’awi hanno arrestato illegalmente, umiliato in pubblico e torturato uomini e ragazzi nei villaggi a sud-est di Mosul strappati al gruppo armato auto-denominato Stato islamico

I ricercatori di Amnesty International presenti in Iraq hanno denunciato oggi che negli ultimi giorni miliziani della tribù Sab’awi hanno arrestato illegalmente, umiliato in pubblico e torturato uomini e ragazzi nei villaggi a sud-est di Mosul strappati al gruppo armato auto-denominato Stato islamico.


Secondo funzionari locali e testimoni oculari, i miliziani della Mobilitazione tribale Sab’awi hanno compiuto rappresaglie nei confronti di abitanti dei villaggi sospettati di avere legami con lo Stato islamico. Le vittime sono state percosse con sbarre di metallo, sottoposte a scariche elettriche, legate al cofano delle automobili ed esibiti lungo le strade e persino chiuse in gabbia.


“Abbiamo chiare prove che la milizia della tribù Sab’awi abbia commesso crimini di diritto internazionale tra cui maltrattamenti e torture ai danni degli abitanti dei villaggi della zona del Qati’ al Sab’awiin, per vendicare crimini commessi dallo Stato islamico” – ha dichiarato Lynn Maalouf, vicedirettrice per le ricerche dell’ufficio regionale di Amnesty International di Beirut.


“Non c’è dubbio che i membri dello Stato islamico sospettati di aver commesso azioni criminali debbano essere chiamati a risponderne, attraverso processi equi. Ma radunare gli abitanti di un villaggio e costringerli a subire umiliazioni o violazioni dei diritti umani inclusa la tortura non è minimamente il modo per dare giustizia, verità e riparazione alle vittime dei crimini dello Stato islamico” – ha commentato Maalouf.


Le violazioni sono avvenute nei villaggi di al-Makuk, Tal al-Sha’eir e Douizat al-Sufla, situati sulla riva sud-orientale del fiume Tigri in una zona conosciuta come Qati’ al-Sab’awiin (Settore della tribù Sab’awi). I testimoni hanno raccontato che i miliziani della Mobilitazione tribale Sab’awi sono entrati nei villaggi e hanno arrestato uomini e ragazzi senza alcun mandato.


Il villaggio di al-Makuk è stato ripreso dalle forze irachene il 20 ottobre. I combattenti della tribù Sab’awi sono entrati prima delle forze regolari ma dopo che lo Stato islamico si era ritirato. Dunque, non vi è stato alcuno scontro armato. I miliziani, che peraltro condividono coi residenti la medesima appartenenza tribale, hanno immediatamente iniziato a radunare uomini e ragazzi.


Un testimone oculare ha riferito che sei miliziani hanno trascinato “Ahmed” (la cui vera identità è protetta per motivi di sicurezza) fuori dalla sua abitazione, hanno accusato suo fratello di far parte di Daesh (l’acronimo arabo dello Stato islamico) e lo hanno picchiato brutalmente di fronte alla moglie e ai figli.


“L’hanno preso a calci e pugni, colpito tre volte con un congegno elettrico e col calcio dei Kalashnikov, con cavi metallici e con un tubo di gomma per innaffiare” – ha detto il testimone, aggiungendo che dopo il pestaggio “Ahmed” non riusciva a stare in piedi.


“Non hanno alcun comandante. Ogni miliziano ha la sua vendetta personale da eseguire. Legavano le persone al cofano delle automobili e percorrevano le vie del villaggio urlando frasi come ‘Venite a vedere i daeshi che hanno fatto la spia su di me e su mio padre!’”.


Secondo alcuni residenti, la milizia tribale ha agito per vendicare la morte di suoi membri uccisi dallo Stato islamico ma sussisterebbero anche ragioni di inimicizia storica non collegate all’attuale conflitto.

Una donna ha visto un presunto membro dello Stato islamico, sospettato di aver preso parte a un attentato contro l’abitazione di un funzionario del governo, legato al cofano di un’autovettura:
“Chiedevano a tutti di uscire fuori e di vedere quel daeshi. Aveva la faccia piena di sangue, avevo paura a guardarlo”.


Questo episodio è stato confermato da un altro testimone, intervistato separatamente, il quale ha dichiarato che i miliziani, accompagnati da uomini della sicurezza del funzionario che aveva subito l’attentato, hanno colpito l’uomo al volto con dei cavi.


Tutti i testimoni intervistati hanno confermato un episodio riprovevole: sette uomini e ragazzi tra i 16 e i 25 anni, chiusi in gabbie per i polli posizionate al centro di un incrocio stradale. A uno a uno, venivano fatti uscire dalle gabbie e insultati con frasi quali “Chi sei tu? Dì che sei un animale, dì che sei un somaro!” prima di essere picchiati e fatti entrare a forza nelle automobili.


Il 21 ottobre i miliziani della Mobilitazione tribale Sab’awi hanno radunato decine di uomini e ragazzi al centro di una piazza del villaggio di al-Makuk, passando due ore a chiamare i nomi dei “ricercati”. Almeno 14 di loro sono stati portati via con le mani legate.


Gli arresti nei villaggi avvenivano giorno e notte e sono proseguiti anche dopo che il 22 ottobre sono arrivate le truppe regolari del Comando operativo Ninive.


“Invece di essere trascinate in strada, vilipese pubblicamente e accusate di far parte dello Stato islamico, le persone sospettate di aver commesso reati dovrebbero essere consegnate all’autorità giudiziaria e, in presenza di prove sufficienti, processate secondo gli standard del diritto internazionale” – ha affermato Maalouf.


“Tutti i detenuti devono essere trattati con umanità e devono essere protetti dai maltrattamenti e dalla tortura. Arresti e interrogatori devono essere eseguiti solo da personale incaricato per legge” – ha sottolineato Maalouf.

 
Alcune delle persone arrestate nei tre villaggi sono state trasferite in una scuola di Sidawa, un altro dei villaggi del Settore della tribù Sab’awi. Il 30 ottobre, poi, un gruppo di detenuti è stato consegnato ai militari iracheni. Secondo testimoni, queste persone recavano segni di torture. Altri ancora si troverebbero nelle mani dei miliziani, trattenuti in centri non ufficiali di detenzione tra cui case abbandonate nei villaggi del Settore.


Amnesty International ha ricevuto notizie di violenze commesse da un’altra milizia tribale, la Firsan Jbour, nella zona di al-Shora, a sud di Mosul. Testimoni oculari hanno raccontato che il 26 ottobre, mentre erano a bordo di veicoli militari iracheni che stavano trasferendo civili in località più sicure, sono stati accusati a un posto di blocco di essere combattenti dello Stato islamico, presi a sputi e sassate e minacciati di morte.
“Cercavano di tirarci giù dai camion, urlavano che ci avrebbero uccisi tutti quanti” – ha raccontato un ragazzo di 17 anni.


“Da tempo le autorità irachene non fermano le azioni di rappresaglia né indagano sui crimini commessi dalle milizie, che stanno prendendo parte anche all’offensiva su Mosul. In questo modo, le autorità hanno alimentato una pericolosa cultura dell’impunità in cui i responsabili sentono di aver le mani libere per compiere altri crimini” – ha commentato Maalouf.


“Le autorità devono riprendere il controllo sulle milizie e portare i responsabili di fronte alla giustizia, in modo che crimini del genere non si ripetano durante l’offensiva su Mosul. Le persone sospettate di aver commesso azioni criminali devono esser rimosse dall’incarico senza indugio” – ha concluso Maalouf.


Ulteriori informazioni
Le milizie della Mobilitazione tribale, composte da combattenti delle tribù sunnite, hanno assunto un ruolo sempre maggiore nella lotta contro lo Stato islamico e nella messa in sicurezza delle zone riconquistate. Pur se meno potenti delle Unità di mobilitazione popolare a maggioranza sciita, alcune tribù sunnite ricevono a loro volta sostegno dal governo.
In passato, Amnesty International ha documentato crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani – tra cui sequestri, esecuzioni extragiudiziali e altre uccisioni illegali, torture e distruzione di abitazioni – ad opera delle Unità di mobilitazione popolare.