Un uomo prega dopo esser stato soccorso dalla nave Topaz dell’organizzazione di aiuto private MOAS (Migrant Offshore Aid Station) a 20 miglia nautiche dalla costa libica, 23 giugno 2016. © REUTERS/Darrin Zammit Lupi
Un uomo prega dopo esser stato soccorso dalla nave Topaz dell’organizzazione di aiuto private MOAS (Migrant Offshore Aid Station) a 20 miglia nautiche dalla costa libica, 23 giugno 2016. © REUTERS/Darrin Zammit Lupi

Hotspot Italia L’appello a maggiore fermezza da parte dell’UE sfocia in pestaggi ed espulsioni illegali di profughi

3 novembre 2016 - Comunicato stampa
La pressione da parte dell’Unione Europea sull’Italia affinché “sia più dura” nei confronti di profughi e migranti ha portato a espulsioni illegali e maltrattamenti da parte della polizia, che in alcuni casi sono equiparabili a tortura. Lo denuncia Amnesty International in un nuovo rapporto reso noto oggi. Anche la Svizzera ha la sua parte di responsabilità poiché è il paese che procede al maggior numero di rinvii Dublino verso l’Italia.

Pestaggi, scosse elettriche e umiliazione sessuale sono tra le numerose accuse di abusi documentate nel rapporto intitolato Hotspot Italy: How EU’s flagship approach leads to violations of refugee and migrant rights. Il documento mostra come l’approccio tramite hotspot per il trattamento di profughi e migranti al momento dell’arrivo, sostenuto dall’UE, stia minando il diritto di chiedere asilo, alimentando inoltre terribili abusi.

Superato il limite della legalità

“Con la loro determinazione nel voler ridurre lo spostamento di profughi e migranti verso altri stati membri, i leader dell’UE hanno spinto le autorità italiane al limite – e oltre – di quanto sia legale” ha dichiarato Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International sull’Italia.

“Il risultato è che persone traumatizzate, giunte in Italia dopo un viaggio straziante, sono sottoposte a procedure viziate e in alcuni casi a terribili abusi da parte della polizia, come pure espulsioni illegali.”

Il sistema hotspot, concepito per identificare e registrare le impronte digitali dei nuovi arrivati nei paesi in prima linea dell’UE quali l’Italia, dovrebbe permettere di determinare rapidamente i bisogni dei profughi in termini di protezione e stabilire se procedere con la registrazione della domanda di asilo o con il rimpatrio verso il paese di origine. Il rapporto, basato su interviste con oltre 170 profughi e migranti, rivela importanti problemi in ognuno degli stadi della procedura.

Uno sforzo apparentemente volto a ridurre la pressione sugli stati in prima linea nella crisi, quali l’Italia, l’approccio con hotspot era associato a uno schema per ricollocare richiedenti asilo verso altri paesi membri dell’UE. Ciononostante la componente solidale del progetto si è dimostrata essere una grande illusione: ad oggi 1’200 persone, sulle 40’000 promesse, sono state ricollocate dall’Italia mentre oltre 150’000 persone hanno raggiunto l’Italia via mare quest’anno. Il percorso via mare è estremamente pericolosa e le autorità italiane stanno mettendo in atto importanti sforzi per soccorrere le persone disperse nel Mediterraneo.

Impronte digitali prese con la forza

Il sistema hotspot, introdotto nel 2015 in seguito alla raccomandazione da parte della Commissione Europea, richiede che l’Italia registri le impronte dei nuovi arrivati. Coloro che vogliono richiedere asilo in altri paesi europei – per esempio perché dei loro parenti vi risiedono – hanno però un forte interesse nell’evitare la registrazione da parte delle autorità italiane, così da non venir rinviati in Italia in base alle direttive del sistema Dublino.

Sotto pressione da parte dei governi e delle istituzioni europei, l’Italia ha introdotto pratiche coercitive per ottenere le impronte digitali. Amnesty International ha raccolto testimonianze consistenti sull’impiego di detenzioni arbitrarie, intimidazione e forza fisica eccessiva per costringere uomini, donne e perfino bambini a far registrare le proprie impronte. Delle 24 testimonianze di maltrattamenti raccolte da Amnesty International, 16 riferiscono di pestaggi. Una donna di 25 anni, proveniente dall’Eritrea, ha detto di esser stata ripetutamente schiaffeggiata dalla polizia fino a quando ha accettato di registrare le proprie impronte digitali.

In molto casi profughi e migranti hanno pure affermato di aver subito scosse elettriche tramite manganelli storditori. Un sedicenne dal Darfur ha così descritto i maltrattamenti subiti a Amnesty International: “Mi hanno dato la scossa elettrica con un bastone, molte volte sulla gamba sinistra, poi sulla gamba destra, il petto e lo stomaco. Ero troppo debole, non potevo resistere e a quel punto hanno preso entrambe le mie mani per metterle sulla macchina.”

Un altro 16enne e un uomo di 27 anni hanno affermato di aver subito umiliazioni sessuali da parte della polizia, che ha inflitto loro dolore ai genitali. L’uomo ha detto a Amnesty International che agenti di polizia a Catania lo hanno picchiato e sottoposto a scosse elettriche prima di costringerlo a denudarsi e usare una pinza a tre becchi su di lui: “Ero seduto su una sedia in alluminio. C’era un buco nella seduta. Mi hanno tenuto per le spalle e le gambe, poi hanno preso i miei testicoli con le pinze e tirato due volte. Non posso dire quanto è stato doloroso.”

Mentre il comportamento di gran parte dei poliziotti rimane professionale e la maggior parte delle procedure di registrazione delle impronte avvengono senza incidenti, quanto messo in evidenza dal rapporto fa emergere serie preoccupazioni e la necessità di un’indagine indipendente sulle pratiche in uso.

Selezione all’arrivo

Con l’introduzione degli hotspot, i nuovi arrivi in Italia vengono selezionati per separare i richiedenti asilo da coloro che sono considerati migranti irregolari. Questo significa che persone, spesso esauste e traumatizzate in seguito al viaggio e senza un adeguato accesso a informazioni o consigli sulle procedure di asilo, devono rispondere a domande che hanno potenzialmente importanti conseguenze sul loro futuro.

Una 29enne donna nigeriana ha raccontato ad Amnesty International: “Non so nemmeno come siamo arrivati qui, stavo piangendo….ho visto così tanta polizia, avevo paura… La mia mente era lontana, non ricordavo nemmeno il nome dei miei genitori.”

La polizia deve chiedere ai nuovi arrivati di spiegare perché sono venuti in Italia, invece di chiedere loro semplicemente se intendono chiedere asilo. Poiché lo statuto di rifugiato non è determinato dalla ragione per la quale una persona entra in un paese ma dalla situazione che affronterebbe se facesse rientro nel proprio paese, questo modo di procedere è profondamente viziato.

Sulla base di interviste estremamente brevi agenti di polizia sprovvisti di un’adeguata formazione stanno prendendo decisioni su bisogni di protezione individuali. Le persone per le quali si ritiene non abbiano motivi per chiedere asilo ricevono un ordine di espulsione - incluso tramite rimpatrî forzati nel loro paese di origine – che potrebbero esporli a serie violazioni dei diritti umani.

Espulsioni verso paesi a rischio

Sotto pressione da parte dell’Unione Europea, l’Italia ha tentato di aumentare il numero di migranti che fanno rientro nel proprio paese di origine, incluso tramite accordi di riammissione con paesi che hanno commesso terribili atrocità.

Un simile accordo è stato firmato tra l’Italia e le autorità di polizia sudanesi in agosto, permettendo un processo di identificazione sommario che, in determinate circostanze, potrebbero avvenire in Sudan, dopo l’espulsione. Anche se l’identificazione ha luogo in Italia questa è così superficiale e così pesantemente delegata alle autorità sudanesi da non permettere di determinare individualmente se una persona sarebbe a rischio di violazione dei diritti umani al suo rientro. Questo ha già causato delle espulsioni illegali verso Khartoum.

Nel corso di quest’anno Amnesty International ha potuto documentare numerosi casi di profughi e migranti respinti verso l’Italia da Francia e Svizzera tramite la procedura “semplificata”. La le decine di persone respinte, intervistate da Amnesty International, anche numerosi minori non accompagnati. Le testimonianze raccolte indicano chiaramente che le persone sono state rinviate tramite delle procedure estremamente semplificate e senza la possibilità di chiarire a quali rischi erano esposte nel caso di un rientro in Italia.

Rivendicazioni rivolte a Italia, Unione Europea e Svizzera

Amnesty International chiede alle autorità italiane di svolgere immediatamente indagini indipendenti in merito alle accuse di maltrattamenti portate dai profughi e di avviare le necessarie procedure penali nei confronti dei funzionari coinvolti. È necessario che siano immediatamente messe in atto le misure necessarie per mettere fine a queste pratiche.

Il processo di selezione in seguito all’arrivo nel Sud Italia deve essere riorganizzato così da garantire un accesso equo alla procedura d’asilo. Nel caso di rinvii deve essere rigorosamente osservato il principio di non-refoulement, poiché nessuno deve essere respinto verso un paese nel quale è a rischio di persecuzioni o torture. Per questo motivo i casi di espulsione devono essere sottoposti a un esame individuale e ogni persona deve essere informata del proprio diritto di presentare una domanda di asilo. Le autorità devono riservare un trattamento di particolare riguardo alle persone più vulnerabili.

Politica di respingimenti di massa da parte della Svizzera

La Svizzera ha una responsabilità importante in questa situazione. Il nostro paese infatti si colloca al primo posto dei paesi responsabili di rinvii all’interno del sistema Dublino (davanti alla Germania). L’inasprimento delle pratiche di registrazione negli hotspot italiani è coinciso con un aumento del numero di trasferimenti dalla Svizzera sulla base del sistema Dublino.

Quasi la metà di tutti i respingimenti europei verso l’Italia vengono ordinati dalla Svizzera. Nel 2015 sono state 2'436 le persone rinviate in Italia in virtù dell’accordo Dublino: di queste 1'196 provenivano dalla Svizzera. La Svizzera respinge più persone verso l’Italia di quante ne accoglie: nell’ambito del programma di relocation, ad oggi, la Svizzera ha accolto 112 richiedenti asilo provenienti dall’Italia.

Inoltre da tempo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani e gli avvocati specialisti osservano l’applicazione di una politica restrittiva nell’ambito della procedura Dublino. Altri paesi sono più riluttanti nel respingere delle famiglie e tengono conto della rete di famigliari presente nel paese. Perfino donne sole con bambini, richiedenti asilo disabili e minori non accompagnati sono stati costretti a lasciare la Svizzera, diretti anche in Italia. Tali pratiche violano le raccomandazioni della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e il diritto alla famiglia.

Visto l’alto numero di profughi e migranti provenienti dall’Italia, la Svizzera deve fare prova di solidarietà, accogliendo in particolare persone particolarmente vulnerabili. Il nostro paese può seguire l’esempio di altri paesi, valutando un maggior numero di richieste di asilo e riducendo il numero di rinvii Dublino.

Attenta valutazione individuale dei casi

La Svizzera è inoltre obbligata (nel caso di bambini piccoli o malati, ma anche di donne incinte e famiglie) a effettuare un attento esame individuale e a ricevere precise garanzie da parte delle autorità italiane che le persone in questione riceveranno una protezione adeguata. Nel caso di minori, le autorità svizzere devono tenere conto dell’interesse superiore del minorenne in tutte le decisioni che prendono, che il questi sia o meno accompagnato da un adulto. In ogni caso la Svizzera ha l’obbligo di rispettare la Convenzione delle Nazioni Unite per la protezione dell’infanzia.