Un'illustrazione che accompagna il rapporto  © Amnesty International
Un'illustrazione che accompagna il rapporto © Amnesty International

Egitto Un’ondata di repressione brutale lascia dietro di se centinaia di scomparsi e torturati

13 luglio 2016 - Comunicato stampa
La Sicurezza Nazionale Egiziana sta rapendo, torturando e facendo sparire persone nell’ambito di un’operazione volta a intimidire ed eliminare la dissidenza pacifica. Lo afferma Amnesty International in un nuovo rapporto che mette in evidenza un’impennata senza precedenti nelle sparizioni forzate da inizio 2015.

Egypt: ‘Officially, you do not exist’: Disappeared and tortured in the name of counter-terrorism mette in evidenza una tendenza che ha visto sparire senza lasciare traccia centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, tra i quali ragazzi di soli 14 anni. Secondo una ONG locale, in media tra le tre e le quattro persone vengono sequestrate quotidianamente, solitamente in coincidenza con raid delle loro case da parte di agenti di sicurezza pesantemente armati. Molte persone vengono trattenute per mesi e spesso sono bendate e ammanettate per tutto il periodo di detenzione.

“Questo rapporto rivela le tattiche scioccanti e spietate alle quali le autorità egiziane sono pronte a fare ricorso per terrorizzare manifestanti e dissidenti per ridurli al silenzio,” ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty International.

“Le sparizioni forzate sono diventate uno strumento cruciale nelle politiche statali in Egitto. Chiunque osi parlare lo fa a proprio rischio e pericolo, mentre l’anti terrorismo viene usato come scusa per rapire, interrogare e torturare le persone che osano sfidare le autorità.”

“Le autorità egiziane hanno ripetutamente negato l’esistenza delle sparizioni forzate nel paese ma i casi contemplati in questo rapporto portano prove che dimostrano esattamente il contrario. Il documento mette in avanti non solo la brutalità con la quale sono confrontati coloro che spariscono ma anche la collusione tra le forze di sicurezza nazionali e le autorità giudiziarie, che sono state preparate a mentire per coprire le proprie tracce o hanno fallito nell’indagare sulle accuse di tortura, rendendole di fatto complici di una serie di violazioni dei diritti umani.”

Sparizioni forzate e tortura

Nel rapporto sono messi in evidenza i casi di 17 persone, vittime di sparizioni forzate che sono state trattenute in isolamento per periodi tra alcuni giorni a sette mesi, segregate dal mondo esterno e senza la possibilità di avere contatti con i propri avvocati o con le famiglie o con qualsiasi supervisione giudiziaria indipendente.

Il documento include i resoconti sconvolgenti delle torture subite nel corso di sedute di interrogatorio che possono durare fino a sette ore per ottenere “confessioni” che sono poi usate come prove durante gli interrogatori da parte dei pubblici ministeri e per ottenere condanne nel corso dei processi. In alcuni casi i torturati erano bambini.

Uno dei casi più scioccanti è quello di Mazen Mohamed Abdallah, vittima di una sparizione forzata all’età di 14 anni, nel settembre 2015, che ha subito abusi orrendi, tra i quali stupri ripetuti con un bastone di legno, per ottenere una falsa “confessione”.

Aser Mohamed, anche lui quattordicenne al momento dell’arresto, è stato picchiato, ha subito scosse elettriche su tutto il corpo ed è stato appeso per le gambe per ottenere una falsa “confessione” quando è stato vittima di una sparizione forzata durata 34 giorni nel gennaio 2016, negli uffici della Sicurezza Nazionale nel distretto 6 Ottobre della periferia di Città del Cairo. È poi stato portato davanti a un pubblico ministero presso il tribunale per la sicurezza dello Stato che lo ha avvertito che avrebbe subito altri elettrochoc qualora avesse tentato di ritrattare la “confessione”.

I due giovani sono tra i cinque bambini vittime di sparizioni forzati durate fino a 50 giorni i cui casi sono illustrati nel rapporto. In alcuni casi anche dopo l’ordine di rilascio da parte del ministero pubblico, le forze di sicurezza li hanno sottoposti a una seconda sparizione forzata prima di presentare nuove accuse.

In altri casi, parenti sono stati arrestati per essere usati come mezzo di pressione per indurre l’obiettivo principale a “confessare”. Nel luglio 2015 Atef Farag è stato arrestato con il figlio 22enne, Yehia. La sua famiglia ritiene che Atef sia stato arrestato per aver partecipato a un sit-in e il figlio, disabile, sia stato arrestato per fare pressione sul padre affinché “confessasse” gravi reati. Entrambi sono stati trattenuti per 159 giorni e sono ora stati accusati di appartenere al movimento dei Fratelli Musulmani, messo al bando.

Si è registrato un’impennata nell’impiego delle sparizioni forzate in Egitto dall’entrata in carico di Magdy Abd el-Ghaffar come Ministro dell’Interno, nel marzo 2015. In precedenza è stato impiegato dei Servizi di Sicurezza dello Stato, la polizia segreta nota per le violazioni dei diritti umani commesse sotto il regime di Mubarak, smantellata dopo le rivolte popolari del 2011 e ribattezzata Sicurezza Nazionale Egiziana.

Un caso terribile è quello di Islam Khalil, 26 anni, vittima di una sparizione forzata di 122 giorni nel 2015. È stato bendato e ammanettato durante tutto il tempo e brutalmente picchiato, sottoposto a elettrochoc anche sui genitali, a più riprese appeso al soffitto per i polsi e le caviglie per diverse ore mentre veniva interrogato dalla Sicurezza Nazionale a Tanta, una città a nord del Cairo, fino a perdere conoscenza.

A un certo punto chi lo interrogava ha detto: “Pensi di avere un prezzo? Possiamo ucciderti, avvolgerti in una coperta e buttarti in un cassonetto e nessuno chiederà di te.” Un altro agente lo ha messo in guardia di fare le sue ultime preghiere mentre lo sottoponeva a elettrochoc.

In seguito è stato spostato negli uffici della Sicurezza Nazionale a Lazoughly, al Cairo, che ha descritto come “l’inferno” e dove ha trascorso altri 60 giorni durante i quali ha subito ulteriori torture.

Si stima che centinaia di persone siano detenute dalla Sicurezza Nazionale negli uffici di Lazoughly, che si trovano all’interno della sede del Ministero degli Interni, uno dei luoghi di detenzione più temuti secondo gli ex detenuti. Gli uffici si trovano poco distanti dalla famosa piazza Tahrir, dove centinaia di persone scesero per protestare cinque anni or sono proprio contro la violenza e le torture commesse dalle forze di sicurezza dell’era Mubarak.

La sparizione dello studente italiano Giulio Regeni, trovato morto al Cairo nel febbraio 2016 con il corpo segnato dalle torture, ha attirato l’attenzione dei media internazionali. Le autorità egiziane hanno ripetutamente negato il proprio coinvolgimento nella sua sparizione e nella sua uccisione, ma un rapporto di Amnesty International ha messo in evidenza elementi di somiglianza tra le sue ferite e quelle di egiziani morti in custodia, fatto che suggerisce che la sua morte sia solo la punta dell’iceberg e potrebbe far parte di uno schema più ampio di sparizioni forzate da parte della Sicurezza Nazionale e di altre agenzie dell’intelligence attive in Egitto.

Oltre a un aumento del rischio di tortura e altri maltrattamenti e a privare le vittime della protezione della legge, le sparizioni forzate hanno un impatto devastante sulle famiglie delle vittime, che non sanno nulla sul destino dei loro cari.

“Tutto ciò che volevo sapere era se mio figlio era vivo o morto,” ha detto Abd el-Moez Mohamed il cui figlio, Karim, uno studente di ingegneria, è stato vittima di una sparizione forzata durata quattro mesi dopo che gli agenti della Sicurezza Nazionale, accompagnati da uomini pesantemente armati, lo hanno prelevato da casa sua, al Cairo, nell’agosto 2015.

Alcuni parenti di scomparsi hanno tentato di denunciare le scomparse al Ministero degli Interni e alla Procura Pubblica ma nessuna indagine è mai stata aperta. Le rari indagini che sono state aperte sono state poi chiuse una volta che le autorità hanno riconosciuto che la persona era detenuta dalla Sicurezza Nazionale, anche se continuava ad essere loro negata la possibilità di comunicare con avvocati o con la loro famiglia. 

“Il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi deve ordinare a tutte le agenzie di sicurezza dello Stato di mettere fine alle sparizioni forzate, alla tortura e altre forme di maltrattamenti, oltre a rendere chiaro che chiunque ordini, commetta o è complice di tali violazioni sarà tradotto in giustizia,” ha dichiarato Philip Luther.

“Tutti coloro che sono tuttora detenuti in queste condizioni devono ottenere l’accesso ai legali e alle proprie famiglie. Coloro che sono detenuti solo per aver esercitato il proprio diritto alla libertà d’espressione e di riunione devono venir immediatamente rilasciati, e questo senza condizioni.”

Il rapporto inoltre esorta il Presidente al-Sisi a creare con urgenza una commissione di indagine indipendente incaricata di investigare le accuse di sparizioni forzate, torture e maltrattamenti di detenuti da parte della Sicurezza Nazionale e di altre agenzie. La commissione deve avere il potere di indagare su tutte le agenzie governative, esercito incluso, senza interferenze.

Cospirazione e inganno

Il rapporto delinea un ritratto incriminante della Procura Pubblica egiziana, che ha accettato prove discutibili presentate dalla Sicurezza Nazionale – che falsifica regolarmente le date degli arresti per nascondere la durata della detenzione sotto forma di sparizione forzata – e ha basato delle accuse su “confessioni” ottenute con coercizione. Inoltre non ha indagato in merito alle accuse di tortura, per esempio ordinando esami medici e prendendone nota nei registri ufficiali. Nelle rare occasioni in cui la Procura Pubblica ha indirizzato i prigionieri a una commissione medica indipendente i loro avvocati non hanno avuto la possibilità di vedere i risultati dell’esame.

“Il rapporto critica aspramente la Procura Pubblica egiziana che è stata complice di queste violazioni e ha tradito il proprio dovere sancito dal diritto nazionale di proteggere le persone dalle sparizioni forzate, dagli arresti arbitrari, la tortura e altri maltrattamenti. L’incapacità di riformare la Procura Pubblica al fine di assicurarne l’indipendenza dalle autorità esecutive la renderanno incapace di compiere la sua missione,” ha detto Philip Luther.

L’Egitto è considerato da molti poteri occidentali come un partner cruciale nella lotta al terrorismo nella regione e molti Stati hanno usato questo per giustificare la fornitura di armi e attrezzature affini all’Egitto, nonostante vi siano le prove che queste siano usate per commettere gravi violazioni dei diritti umani. Molti continuano a mantenere rapporti molto stretti con il paese, che si tratti di rapporti diplomatici, commerciali o di altro tipo, senza dare la priorità ai diritti umani.

“Tutti gli Stati, in particolare i paesi membri dell’UE e gli Stati Uniti, devono fare uso della loro influenza per fare pressione sull’Egitto affinché metta fine a queste terribili violazioni, commesse con il falso pretesto della sicurezza e dell’anti-terrorismo,” ha affermato Philip Luther.

“Invece di continuare ciecamente a fornire attrezzature di polizia e sicurezza all’Egitto, dovrebbero mettere fine a qualsiasi trasferimento di armi e strumenti che sono stati impiegati per commettere serie violazioni dei diritti umani, fino a quando saranno messi in atto meccanismi per proteggere dagli abusi attraverso indagini approfondite e indipendenti condotte sui fatti avvenuti e la traduzione dei responsabili davanti alla giustizia.”