Un bambino yemenita dopo un attacco aereo contro il suo quartiere.© AHMAD AL-BASHA/AFP/Getty Images
Un bambino yemenita dopo un attacco aereo contro il suo quartiere. © AHMAD AL-BASHA/AFP/Getty Images

Yemen: verificato l’uso di una bomba “Made in USA”

La bomba che il 25 agosto ha distrutto un palazzo nella capitale dello Yemen è di fabbricazione statunitense. A questa conclusione sono giunti i nostri esperti in tema di armamenti, che hanno rinvenuto tracce di componenti “made in Usa” comunemente usati nelle bombe aeree a guida laser.

La bomba che il 25 agosto ha distrutto un palazzo nella capitale dello Yemen è di fabbricazione statunitense. A questa conclusione sono giunti i nostri esperti in tema di armamenti, che hanno rinvenuto tracce di componenti “made in Usa” comunemente usati nelle bombe aeree a guida laser.

L’attacco aereo nella capitale yemenita Sana’a ha colpito tre palazzi, ucciso 16 civili e ferito altri 17. Settedelle vittime erano bambini, tra i quali cinque fratelli e sorelle della piccola Buthaina, cinque anni, la cui fotografia è diventata immediatamente virale. Altri otto bambini sono rimasti feriti: tra loro Sam Bassim al-Hamdani, che perse entrambi i genitori.

Dopo aver esaminato le prove fornite da un giornalista locale che aveva rinvenuto tra le macerie alcuni frammenti, gli esperti di Amnesty International hanno identificato il sistema di controllo MAU-169L/B, montato su diversi tipi di bombe aeree a guida laser.

“È vergognoso che, invece di chiamare i loro alleati a rispondere delle loro azioni in Yemen, gli Usa, il Regno Unito e altri ancora continuino a rifornirli di enormi quantità di armi“, ha accusato in una nota ufficiale Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

Armi “made in USA”

Secondo l’Agenzia Usa per la cooperazione nella difesa e nella sicurezza, nel 2015 gli Usa hanno autorizzato la vendita all’Arabia Saudita di 2.800 bombe a guida laser, equipaggiate col sistema di controllo MAU-169L/B: in particolare le GBU-48, le GBU-54 e le GBU-56.

La coalizione a guida saudita ha ammesso l’attacco, attribuendo le vittime civili a un “errore tecnico“, contro un “legittimo obiettivo militare” appartenente alle forze huthi e fedeli all’ex presidente Saleh.

Secondo fonti locali, uno degli edifici bombardati era frequentato da una persona legata agli huthi. Non è stato ancora possibile confermare la sua identità o il suo ruolo, né se fosse presente al momento dell’attacco.

In ogni caso, anche se nei pressi vi fossero stati obiettivi militari, il diritto internazionale umanitario vieta gli attacchi sproporzionati, come quelli che si prevede uccidano o feriscano civili.

Il portavoce della coalizione a guida saudita ha reso noto che l’attacco è stato segnalato al Comitato congiunto di valutazione, per ulteriori accertamenti. Amnesty International non è a conoscenza di alcuna misura concreta adottata dalla coalizione per indagare, prendere provvedimenti disciplinari o rinviare a processo presunti responsabili di crimini di guerra.

Chiediamo l’immediata applicazione di un embargo complessivo per assicurare che nessuna delle parti coinvolte riceva armi, munizioni, equipaggiamento e tecnologia militare utilizzabili nel conflitto dello Yemen. Sollecitiamo con urgenza un’indagine indipendente e imparziale su tutte le denunce di violazione del diritto internazionale affinché tutti i responsabili siano portati di fronte alla giustizia.

“Non c’è semplicemente alcuna spiegazione con cui gli Usa, il Regno Unito, la Francia e altri paesi possano continuare a giustificare il flusso costante di armi alla coalizione a guida saudita per il loro impiego nel conflitto dello Yemen. Negli ultimi 30 mesi la coalizione si è più volte resa responsabile di gravi violazioni del diritto internazionale, crimini di guerra compresi, con conseguenze devastanti per la popolazione civile“, ha aggiunto Maalouf.

La testimonianza

L’attacco del 25 agosto è stato lanciato alle 2 di notte sul quartiere di Faj Attan. Ali al-Raymi, 32 anni, ha perso suo fratello Mohamed, sua cognata e cinque nipotini di età compresa tra due e 10 anni. Buthaina, la nipotina di cinque anni, è stata l’unica a sopravvivere.

“Quando le chiedi cosa desidera, risponde che vuole tornare a casa. Pensa che quando tornerà a casa ci troverà tutta la sua famiglia. Aveva cinque fratellini e sorelline con cui giocare. Adesso non ne ha più nessuno. Riesci a immaginare il dolore e la pena che porta nel suo cuore?“, ha detto ad Amnesty International Ali al-Raymi.

Il conflitto in Yemen

È dal febbraio 2016 che Amnesty International sollecita tutti gli stati ad assicurare che nessuna delle parti coinvolte riceva – direttamente o indirettamente – armi utilizzabili nel conflitto dello Yemen. La stessa richiesta che stiamo inoltrando, insieme ad altri partner, al governo italiano, che ha più volte autorizzato l’invio all’Arabia Saudita di bombe prodotte in Sardegna dalla RWM.

Secondo il rapporto annuale sullo Yemen prodotto dall’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, nel conflitto iniziato nel marzo 2015 sono stati uccisi 1.120 bambini e altri 1.541 sono rimasti feriti. Nell’ultimo anno, la responsabilità di oltre la metà delle vittime è stata attribuita agli attacchi aerei della coalizione a guida saudita.

Le forze huthi e quelle fedeli all’ex presidente Saleh hanno a loro volta commesso gravi violazioni del diritto internazionale. Secondo il citato rapporto, sono responsabili della maggior parte delle vittime tra i bambini causate da azioni militari sul terreno, come combattimenti, colpi di artiglieria e impiego di mine antipersona, vietate dal diritto internazionale.