Pena di morte nel mondo nel 2017 Africa Sub-sahariana: simbolo di speranza della lotta alla pena capitale

Comunicato stampa - 12 aprile 2018
L'Africa sub-sahariana ha compiuto grandi passi avanti nella lotta globale in favore dell'abolizione della pena di morte, con una significativa riduzione delle condanne imposte in tutta la regione. Lo ha dichiarato oggi Amnesty International nel presentare il proprio rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo per l’anno 2017.
  • Passi positivi nell’Africa subsahariana: la Guinea è diventata il ventesimo stato abolizionista, le condanne a morte sono diminuite in misura sostanziale e i processi legislativi sono tuttora in corso;
  • Le esecuzioni e le condanne a morte sono diminuite globalmente dopo i picchi record degli anni precedenti;
  • Iran e Malesia hanno adottato modifiche legislative per ridurre l’incidenza della pena di morte per i reati legati alle sostanze stupefacenti;
  • Le tendenze preoccupanti sono ancora diffuse, poiché molti paesi continuano a violare il diritto internazionale.  

Grafiche pena di morte.

 

 

La Guinea è diventata il ventesimo stato dell'Africa sub-sahariana ad abolire la pena di morte per tutti i crimini, mentre il Kenya ha abolito la pena capitale obbligatoria per omicidio. Anche Burkina Faso e Ciad hanno preso provvedimenti per abrogare questa pena con leggi nuove o proposte in questo senso.

"I progressi compiuti nell'Africa sub-sahariana hanno rafforzato la sua posizione di “simbolo di speranza” per il movimento abolizionista. La leadership dei paesi di questa regione rafforza la speranza che questa pena - crudele, disumana e degradante – sia presto solo un terribile ricordo", ha dichiarato Salil Shetty, Segretario generale di Amnesty International.

"Con i governi della regione che continuano ad adottare misure volte a ridurre e abrogare la pena di morte anche nel 2018, l'isolamento dei paesi restanti, in cui il boia rimane attivo, è lampante. Ora che 20 paesi dell'Africa sub-sahariana hanno abolito la pena capitale per tutti i crimini, è giunto il momento che il resto del mondo segua questo esempio, consegnando questa ripugnante punizione ai libri di storia".

L'organizzazione ha registrato un calo del numero di paesi esecutori nell'Africa sub-sahariana, da cinque nel 2016 a due nel 2017: solo in Sud Sudan e Somalia il boia è stato chiamato ad intervenire. Nonostante Botswana e Sudan abbiano ripreso le esecuzioni nel 2018, l'organizzazione ha sottolineato che questo non deve far dimenticare i passi positivi compiuti da altri paesi della regione.    

Altrove in Africa, il Gambia ha firmato un trattato internazionale che impegna il paese a non eseguire condanne e ad abolire la pena capitale. Il presidente del paese ha stabilito una moratoria ufficiale (divieto temporaneo) delle esecuzioni nel febbraio 2018.

Progressi significativi in tutto il mondo

Gli sviluppi in Africa sub-sahariana nel 2017 illustrano la tendenza positiva registrata a livello mondiale. Le ricerche di Amnesty International evidenziano un'ulteriore diminuzione dell'applicazione della pena capitale nel corso dell’anno.

Nel 2017 Amnesty International ha registrato almeno 993 esecuzioni in 23 paesi, in calo del 4% rispetto al 2016 (1’032 esecuzioni) e del 39% rispetto al 2015 (quando l'organizzazione ha registrato 1’634 esecuzioni, il numero più elevato dal 1989). Almeno 2’591 condanne alla pena capitale sono state registrate nel corso del 2017 in 53 paesi, una diminuzione significativa rispetto al record di 3’117 condanne registrato nel 2016. Queste cifre non comprendono le migliaia di condanne a morte e di esecuzioni che Amnesty International ritiene siano state imposte e attuate in Cina, dove i dati rimangono classificati come segreto di Stato.

Oltre alla Guinea, la Mongolia ha abolito la pena di morte per tutti i crimini, portando il totale degli Stati abolizionisti a 106 nel 2017. Il Guatemala è diventato abolizionista per reati ordinari come l'omicidio, e ora il numero di paesi che hanno abolito la pena capitale nel diritto o nella pratica è ora di 142. Solo 23 paesi hanno continuato a far ricorso al boia, lo stesso numero del 2016, nonostante diversi Stati abbiano ripreso le esecuzioni dopo un'interruzione.

Passi significativi verso la riduzione della pena capitale sono stati compiuti anche in paesi che ne sono convinti sostenitori. In Iran, le esecuzioni registrate sono diminuite dell'11% e quelle connesse alle droghe del 40%. Sono stati inoltre compiuti passi per aumentare la soglia dei quantitativi di sostanze stupefacenti necessari per imporre una pena di morte obbligatoria. In Malesia, le leggi antidroga sono state modificate, con l'introduzione della discrezionalità nelle condanne nei casi di traffico di droghe. Questi cambiamenti comporteranno probabilmente in futuro una riduzione del numero di condanne alla pena capitale inflitte in entrambi i paesi.

"Il fatto che i paesi continuino a ricorrere alla pena di morte per reati legati alle sostanze stupefacenti rimane preoccupante. Tuttavia, i passi intrapresi da Iran e Malesia per modificare le loro leggi antidroga dimostrano che il sistema vacilla, anche nella minoranza dei paesi che ancora fanno ricorso al boia", ha dichiarato Salil Shetty.

L'Indonesia, che nel 2016 ha giustiziato quattro persone condannate per reati legati agli stupefacenti in un tentativo mal concepito di affrontare il problema, non ha effettuato esecuzioni l'anno scorso e ha registrato una lieve diminuzione del numero di condanne a morte.

Tendenze preoccupanti

Nel 2017 si sono ancora registrate tendenze preoccupanti nel ricorso alla pena capitale.

Quindici paesi hanno imposto condanne a morte o messo a morte persone per reati legati agli stupefacenti, in violazione del diritto internazionale. La regione del Medio Oriente e del Nord Africa ha registrato il maggior numero di esecuzioni per reati legati alle droghe nel 2017, mentre la regione dell'Asia-Pacifico ha registrato il maggior numero di paesi che hanno fatto ricorso alla pena di morte per questo tipo di reati (10 su 16).

Amnesty International ha registrato esecuzioni per reati legati alle sostanze stupefacenti in quattro paesi: Cina (dove i dati sono classificati come segreto di Stato), Iran, Arabia Saudita e Singapore. La segretezza che avvolgeva la pena capitale in Malesia e in Vietnam ha reso impossibile stabilire se fossero state portate a termine esecuzioni per reati legati agli stupefacenti. Singapore ha impiccato otto persone nel 2017 - tutte per reati legati alle droghe – il doppio rispetto al 2016. Una tendenza analoga si è registrata in Arabia Saudita, dove le decapitazioni legate a reati connessi alle sostanze stupefacenti sono passate dal 14% delle esecuzioni totali nel 2016 al 40% nel 2017.

"Nonostante i progressi compiuti verso l'abolizione di questa ripugnante punizione, ci sono ancora alcuni leader che ricorrerebbero alla pena di morte come 'soluzione rapida' piuttosto che affrontare i problemi alla radice con politiche umane, efficaci e basate su dati concreti. I leader forti fanno giustizia, non “giustiziano” le persone", ha detto Salil Shetty. "Le rigidissime misure antidroga ampiamente utilizzate in Medio Oriente e in Asia-Pacifico non hanno risolto il problema".

Nel 2017 i governi hanno inoltre violato diversi altri divieti sanciti dal diritto internazionale. In Iran almeno cinque persone sono state messe a morte per crimini commessi quando avevano meno di 18 anni e almeno altre 80 sono rimaste nel braccio della morte, mentre persone con disabilità mentali o intellettuali sono state messe a morte o sono rimaste soggette a una condanna capitale in Giappone, Maldive, Pakistan, Singapore e Stati Uniti. Amnesty International ha registrato diversi casi di persone condannate alla pena di morte dopo aver "confessato" in seguito a tortura o altri maltrattamenti in Bahrein, Cina, Iran, Iraq e Arabia Saudita. In Iran e Iraq, alcune di queste "confessioni" sono state trasmesse in diretta televisiva.

Sebbene il numero complessivo dei paesi esecutori sia rimasto invariato, Bahrein, Giordania, Kuwait ed Emirati arabi uniti hanno ripreso le esecuzioni dopo una pausa. In Egitto, le condanne a morte registrate sono aumentate di circa il 70% rispetto al 2016.

Il futuro

Almeno 21’919 persone sono state condannate a morte nel mondo: non è quindi il momento di abbassare la guardia.

Nel 2017 sono stati compiuti passi positivi il cui impatto si vedrà nei prossimi mesi e anni. Tuttavia, con alcuni paesi che fanno o minacciano di fare passi indietro, la campagna contro la pena di morte rimane più che mai essenziale.

"Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito a un importante cambiamento nella prospettiva globale nei confronti della pena capitale. È però necessario adottare misure urgenti per fermare l'orribile pratica delle uccisioni da parte dello Stato", ha dichiarato Salil Shetty.

"La pena di morte è un sintomo di una cultura della violenza, non una soluzione. Sappiamo che con l'appoggio delle persone in tutto il mondo, possiamo resistere a questa crudele punizione e porre fine alla pena di morte, ovunque".

Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi senza eccezioni, indipendentemente da chi sia accusato, dal reato, dalla colpevolezza, dall'innocenza o dal metodo di esecuzione.