© Amnesty International
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Qatar Piccoli progressi nella protezione dei lavoratori migranti, ma molto resta da fare.

5 settembre 2018
Amnesty International ha giudicato “un primo passo avanti verso lo smantellamento dello sfruttatorio sistema dello sponsorship” in vigore in Qatar la parziale abolizione del permesso di uscita, che finora impediva ai lavoratori migranti di lasciare il paese senza l’autorizzazione del datore di lavoro.

La legge 13/2018, emanata il 4 settembre dall’emiro del Qatar, sottrae ai datori di lavoro il potere di vietare l’uscita dal paese a gran parte degli oltre 1.900.000 lavoratori migranti presenti nel paese, quelli rientranti nella Legge sul lavoro. Tuttavia, i datori di lavoro potranno ancora disporre di tale potere nei confronti del cinque per cento della loro forza lavoro, a seconda del tipo di lavoro fornito.

Le novità legislative non riguarderanno le persone migranti adibite a lavori domestici – circa 174.000, quasi tutte donne – che sono escluse dalla Legge sul lavoro.

“La parziale abolizione del permesso di uscita garantirà finalmente a centinaia di migliaia di lavoratori il diritto di lasciare il Qatar senza il consenso del datore di lavoro. Si tratta di un primo passo verso lo smantellamento dello sfruttatorio sistema dello sponsorship, più volte promesso dalle autorità del paese”, ha dichiarato Stephen Cockburn, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International.

“Tuttavia, è essenziale l’adozione di ulteriori provvedimenti che assicurino che tutti i lavoratori migranti in Qatar non subiscano restrizioni ai loro viaggi: questo riguarda in particolare coloro che svolgono lavori domestici, che rimarranno a rischio di essere sottoposti a sfruttamento e violenza. Non devono esservi eccezioni quando si tratta di proteggere i diritti umani fondamentali”, ha aggiunto Cockburn.

Secondo il ministero per la Pianificazione dello sviluppo e le Statistiche, i lavoratori migranti in Qatar sono oltre un milione e 900.000, circa il 90 per cento della popolazione complessiva. Provengono soprattutto dell’Asia meridionale e sud-orientale, da paesi quali Bangladesh, Filippine, India, Nepal e Pakistan. Molti di essi sono impiegati nella costruzione delle infrastrutture per i mondiali di calcio del 2022.

Per i 174.000 migranti impegnati in lavori domestici, la legge 13/2018 rimanda a una futura decisione ministeriale.

Precedenti ricerche di Amnesty International hanno dimostrato che le lavoratrici e i lavoratori domestici hanno spesso lunghi orari di lavoro, non godono del giorno di riposo e possono subire forti limitazioni alla libertà di movimento e persino violenza fisica e sessuale.

“Le persone impiegate nei lavori domestici sono le più vulnerabili di fronte a comportamenti violenti da parte dei datori di lavoro. Soprattutto loro non dovrebbero mai essere sottoposte al permesso d’uscita, che limita le possibilità di affrancarsi dallo sfruttamento e tornare a casa dalle famiglie. È fondamentale che il Qatar, a partire dalla nuova legge, non si fermi e abolisca il permesso d’uscita per tutti i lavoratori migranti”, ha sottolineato Cockburn.

Nell’agosto 2017 è entrata in vigore una nuova legge che prevede alcune protezioni legali per i lavoratori migranti, tra cui un numero massimo di ore di lavoro e le ferie annuali. Ciò nonostante, le difficoltà di attuazione e il mantenimento del sistema del permesso d’uscita rende difficile in molti casi difendersi da comportamenti abusivi da parte del datore di lavoro.

Oltretutto, sottolinea Amnesty International, quello del permesso d’uscita è solo uno degli elementi del famigerato “kafala”, il sistema dello sponsorship, che è alla base di numerose violazioni dei diritti dei lavoratori migranti tra cui violenza, sfruttamento e persino lavoro forzato.

Sebbene oggi la maggior parte dei lavoratori migranti non necessiti più del permesso del datore di lavoro per lasciare il paese, per cambiare lavoro c’è ancora bisogno di un “certificato di nulla-osta”. Molti datori di lavoro rifiutano di rilasciarlo e i lavoratori sono costretti a rimanere per tutta la durata, di solito cinque anni, del loro contratto.

Chi lascia il lavoro senza il permesso del datore può essere denunciato come “clandestino”, arrestato e persino espulso, in violazione delle leggi e degli standard internazionali sul lavoro.

Alcuni datori di lavoro, inoltre, continuano a trattenere il passaporto dei loro dipendenti, una prassi che in determinate circostanze può essere legale grazie alle incongruenze della legge 21/2016.

Ora che per la maggior parte dei lavoratori migranti non occorrerà più il permesso di uscita, le autorità del Qatar dovranno assicurare che i datori di lavoro non ricorrano a tattiche quali la confisca del passaporto odivieti arbitrari di viaggio per impedire ai lavoratori di lasciare il paese.

“I mondiali di calcio possono lasciare in eredità un sistema del lavoro trasformato, da uno che produce sfruttamento a uno esemplare per il resto della regione del Golfo. Ma rimane molto da fare e abolire il permesso di uscita per tutti dovrebbe essere una delle prime riforme. I diritti dei lavoratori non devono restare nelle mani dei loro datori di lavoro”, ha concluso Cockburn.

Ulteriori informazioni

Le riforme del 4 settembre fanno parte di un Progetto triennale di cooperazione tecnica concordato nell’ottobre 2017 tra il Qatar e l’Organizzazione internazionale del lavoro, dopo le denunce di varie organizzazioni per i diritti umani tra cui Amnesty International. In quell’occasione il Qatar si è impegnato a rivedere le sue leggi per renderle compatibili con gli standard internazionali e a riformare in modo sostanziale il sistema dello sponsorship.

Sistemi del genere sono in vigore in altri paesi del Golfo così come in Giordania e Libano, sebbene l’Arabia Saudita sia l’unico a prevedere ancora il permesso di uscita.

Nel maggio 2018 il Qatar ha ratificato due trattati internazionali sui diritti umani che riguardano anche i temi del lavoro: il Patto internazionale sui diritti civili e politici (che prevede il diritto alla libertà di movimento), pur ponendo una riserva sul diritto dei lavoratori migranti di formare sindacati, e il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (che concerne il diritto a condizioni di lavoro decenti).