© Amnesty International
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Iniziativa multinazionali responsabili Regole chiare per le aziende

Rifiuti tossici che provocano gravi malattie, condizioni di lavoro disumane, bambini costretti a lavorare…. Un’iniziativa popolare vuole obbligare le multinazionali svizzere a rispettare i diritti umani e l’ambiente. L'opinione di Manon Schick, direttrice di Amnesty International Svizzera

Condizioni di lavoro disumane nelle aziende tessili asiatiche, sfruttamento di bambini nelle piantagioni dell’Africa orientale, aziende farmaceutiche che testano medicamenti su persone nei paesi in via di sviluppo dove le regole sono meno rigide, inquinamento causato dallo sfruttamento minerario in Zambia…. Tanti esempi di violazioni che vedono coinvolte aziende svizzere o un loro subappaltatore.

Secondo uno studio di Pane per tutti, negli ultimi sei anni 32 aziende svizzere sono state implicate all’estero in 64 episodi di violazioni dei diritti umani e di degradazione ambientale. Tra le violazioni recensite: il lavoro minorile, il lavoro forzato, non rispetto dei diritti dei lavoratori e delle libertà sindacali, problemi di sicurezza sul luogo di lavoro, violazioni del diritto alla vita, alla salute e a un livello di vita adeguato e, per finire, danni ambientali. Secondo lo studio questo rappresenterebbe solo la punta dell’iceberg poiché molti casi non sono ancora stati documentati. I consumatori e le consumatrici hanno pochi mezzi per essere sicuri che il portatile, i cosmetici o il cioccolato che acquistano non contribuiscono a delle violazioni dei diritti umani o all’inquinamento nei paesi del sud.

Promesse senza futuro

Se ci fidiamo delle dichiarazioni delle multinazionali sembra che tutto vada bene, nel migliore dei mondi possibili. Dal lancio, nel 2000, del Patto mondiale delle Nazioni Unite per le aziende, le multinazionali fanno a gara nell’adottare carte dei principi di responsabilità sociale o ambientale e se ne vantano nella propria comunicazione. Ciononostante queste promesse rimangono spesso solo delle dichiarazioni di intenti pubblicate sulla pagina internet: uno studio sulla messa in atto delle politiche dei diritti umani del 2016, su 200 aziende svizzere, rivela che oltre due terzi di queste non hanno nemmeno una politica in questo senso.

Le misure volontarie, adottate dalle imprese di loro spontanea volontà, non bastano. In caso di abusi è estremamente difficile per le vittime ottenere giustizia e riparazioni per il torto subito. L’accesso alla giustizia è un percorso ad ostacoli, come mostrano due importanti studi di casi. Le aziende sfruttano i vuoti giuridici e di giurisdizione che ne favoriscono l’impunità.

È ora che gli Stati stabiliscano delle misure obbligatorie per le multinazionali, sia in materia di diritti umani che per quel che riguarda la protezione dell’ambiente. L’ex Consigliere agli Stati Dick Marty, co-presidente del comitato dell’Iniziativa per multinazionali responsabili, osserva : “Nessuno vorrebbe che le norme in materia di circolazione stradale fossero basate su principi volontari e che siano dettate dalla legge del più forte. Allo stesso modo le attività delle società attive all’estero devono essere inquadrate da regole chiare.”

Coalizione di oltre 100 ONG

Una richiesta utopica? Forse no ! Una coalizione di 110 organizzazioni, tra le quali Amnesty International, ha raccolto oltre 140'000 firme in favore dell’iniziativa popolare per multinazionali responsabili. L’iniziativa, depositata nel 2016, è da due anni al vaglio del Parlamento, che lavora all’elaborazione di un contro-progetto indiretto.

L’obiettivo di questa iniziativa è di iscrivere nella Costituzione svizzera l’obbligo per le multinazionali di rispettare i diritti umani e l’ambiente, ovunque nel mondo. La situazione è grave: uno studio dell’Università di Maastricht del 2015 che ha analizzato le risposte delle aziende alle critiche provenienti dalla società civile, collocava la Svizzera al nono posto (su 23) dei paesi nei quali le multinazionali sono accusate di esser state implicate in abusi da qualche parte nel mondo. Lo studio si basa du 1'877 critiche postate sul sito internet del Business and Human Rights Resource Centre tra il 2005 e il 2014. Il fatto che il nostro paese figuri tra quelli che ospitano il maggior numero di aziende multinazionali per abitante ha sicuramente un ruolo in questa classifica.

Raccomandazioni internazionali

L’iniziativa per multinazionali responsabili si iscrive in una dinamica internazionale. Dopo il lancio del Patto mondiale delle Nazioni Unite sono nate diverse altre iniziative volontarie. Il 2011 è stato un anno importante: le Nazioni Unite hanno adottato all’unanimità i Principi guida sui imprese e diritti umani elaborati dal professor John Ruggie, che chiedono che le multinazionali e tutte le aziende rispettino i diritti umani, ovunque nel mondo. Gli Stati, inclusi quelli in cui le multinazionali hanno la propria sede, devono garantire che questi principi siano rispettati. Attualmente 21 Stati – tra cui la Svizzera – hanno sviluppano dei Piani d’azione nazionali per la messa in atto delle linee guida. Ma la maggior parte, come la Svizzera, si limitano a promuovere le misure volontarie e trascurano lo “smart mix” (combinazione di misure di incoraggiamento e di basi legali con lo scopo di garantire alle vittime accesso alle giuste riparazioni) auspicato da John Ruggie.

Alcuni paesi hanno però riconosciuto l’importanza di disporre di una legislazione che permetta di garantire il rispetto dei diritti umani, come per esempio la Francia, con la Loi du devoir de vigilance, la Gran Bretagna con il Modern Slavery Act, i Paesi Bassi con la Legge contro il lavoro dei bambini, senza tenere conto delle raccomandazioni del 2016 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, che esorta chiaramente gli Stati membri a creare delle basi legali.

Regole obbligatorie necessarie

Nel 2014 il Consiglio federale ha riconosciuto esplicitamente le responsabilità particolari della Svizzera in quanto paese sede di un numero importante di aziende internazionali. Ma il quadro giuridico che permetterebbe alla Svizzera di assumersi veramente le proprie responsabilità nella protezione dei diritti umani e dell’ambiente ancora non esiste.

La società civile svizzera si mobilita da oltre dieci anni in favore di regole chiare e vincolanti. Esige un quadro vincolante affinché le aziende rispettino sistematicamente i diritti umani e l’ambiente anche nelle attività delle proprie filiali all’estero. Il testo dell’iniziativa prevede l’introduzione di un dovere di diligenza delle imprese: questo le obbligherebbe a garantire che le loro attività all’estero non causino delle violazioni dei diritti umani o dei danni ambientali. Se le società infrangono questo dovere di diligenza potrebbero essere chiamate a rispondere delle proprie mancanze di fronte a un tribunale civile svizzero.

Molto concretamente, l’iniziativa rivendica il rispetto da parte delle multinazionali dei diritti umani internazionalmente riconosciuti, come sono definiti dalle Linee guida delle Nazioni Unite (Principio 12) e dall’OCSE (§39). Questi si riferiscono in modo non esaustivo alla Carta internazionale dei diritti dell’Uomo.

Il rispetto dei diritti umani si applica non solo nella relazione tra lo Stato e gli individui, ma anche tra individui. Attualmente questo principio è accettato dai più e anche la Costituzione svizzera fa riferimento a questo concetto. Quando un’azienda, dal punto di vista giuridico, ha la responsabilità di rispettare i diritti umani deve astenersi dal limitare la libertà di terzi, in particolare le garanzie che proteggono la vita e l’integrità fisica. L’azienda non deve causare alcun danno a questi beni protetti giuridicamente e lo Stato deve prevedere una forma di riparazione in caso di danno a questi beni. Questo dovere si concretizza nell’obbligo di riparare a un reato commesso. Così un’azienda agisce in modo illecito quando viola dei beni giuridici protetti da terzi e in particolare la vita, l’integrità fisica, la personalità o la proprietà.

Nella pratica le imprese possono quindi potenzialmente violare tutti i diritti umani. I diritti economici e sociali, quale il diritto alla salute, a delle condizioni di lavoro che garantiscano la sicurezza e l’igiene o il diritto all’acqua, per esempio, proteggono le stesse categorie di beni come l’integrità fisica o la vita. Il legislatore e le autorità incaricate dell’applicazione della legge in Svizzera dovranno quindi trasporre queste garanzie in modo equo e coordinato nei campi del diritto toccato.

Sostegno di imprese svizzere

La campagna condotta su larga scala dalle ONG dal 2011 ha registrato diversi successi: delle aziende importanti come la Migros, Ikea Svizzera o il Raggruppamento delle aziende multinazionali riconoscono la necessità di legiferare e sostenere l’elaborazione di un contro-progetto. Nel 2018 la maggioranza del Consiglio nazionale ha anch’essa accettato il principio di norme vincolanti per le aziende. Rimane però da determinare quali norme e quali mezzi per farle rispettare. Ed è proprio questo il punto della discordia: è necessario prevedere un meccanismo di sanzione per le aziende svizzere le cui filiali commettono gravi violazioni nei paesi del sud del mondo?

L’iniziativa mira ad avere un effetto preventivo: le aziende saranno obbligate a mettere in atto misure per assicurarsi che le loro attività non violano i diritti umani e rispettano l’ambiente. Le aziende che si comportano in modo esemplare non hanno quindi nulla da temere da questo obbligo legale. Le altre rischiano delle denunce. Gli svizzeri non accetterebbero mai che le multinazionali violino i diritti dei lavoratori nel nostro paese o inquinino i nostri fiumi, allora perché tollerare che le loro filiali lo facciano lontano da qui? I dibattiti parlamentari dei prossimi mesi saranno determinanti. Senza un contro-progetto valido gli iniziativisti non ritireranno il proprio testo e sarà quindi la popolazione svizzera a dover dire se vuole o meno obbligare le multinazionali che hanno la propria sede nel nostro paese a rispettare i diritti fondamentali e l’ambiente.

Il testo originale in francese, con le note, è pubblicato qui.