In certi paesi i giornalisti possono subire minacce o coseguenze perché parlano della pandemia di Covid-19 © Barcroft Media via Getty Images
In certi paesi i giornalisti possono subire minacce o coseguenze perché parlano della pandemia di Covid-19 © Barcroft Media via Getty Images

Giornata internazionale della libertà di stampa/Coronavirus La repressione dei giornalisti indebolisce gli sforzi per affrontare Covid-19

3 maggio 2020
La reazione contro i giornalisti e altri che criticano la gestione del COVID-19 da parte dei loro governi sta ostacolando gli sforzi per affrontare il virus. Lo ha dichiarato Amnesty International, nel mettere in guardia sul fatto che la censura di informazioni vitali relative alla pandemia è diventata un fenomeno globale e sollecitando i governi a dare priorità alla salute pubblica rispetto al proprio ego. In occasione della Giornata internazionale della libertà di stampa, Amnesty International sta evidenziando i casi in cui le autorità possono aver messo in pericolo il diritto alla salute mettendo in atto un giro di vite sulla libertà di espressione e sull'accesso all'informazione.

"Non si può sperare di contenere questo virus se le persone non possono accedere a informazioni accurate. È davvero allarmante vedere quanti governi sono più interessati a proteggere la propria reputazione che a salvare vite umane", ha detto Ashfaq Khalfan, Direttore del Dipartimento Law and Policy di Amnesty International.

"Fin dai primi giorni di questa pandemia, quando le autorità cinesi hanno censurato i servizi dei media e punito gli informatori, i giornalisti di tutto il mondo hanno rischiato la vita, la libertà e il lavoro per condividere con il pubblico informazioni potenzialmente salvavita".

Censura pericolosa

Una caratteristica fondamentale del diritto alla salute è il diritto di accedere a informazioni tempestive e accurate. Nel caso del Covid-19, questo significa che tutti hanno il diritto di accedere a tutte le informazioni disponibili sulla natura e la diffusione del virus, nonché sulle misure che possono adottare per proteggersi. Ma i governi di tutto il mondo hanno arrestato e detenuto giornalisti e altri operatori dei media per aver condiviso proprio queste informazioni essenziali.

Il 12 aprile, il quotidiano russo Novaya Gazeta ha pubblicato un articolo della giornalista Elena Milashina, in cui criticava la risposta delle autorità cecene alla pandemia. Il leader ceceno Ramzan Kadyrov ha detto che le persone che trasmettono l'infezione sono "peggio dei terroristi" e "dovrebbero essere uccise". In risposta, Kadyrov ha pubblicato un video di Instagram in cui minacciava Milashina, invitando il governo russo e il Servizio di sicurezza federale (FSB) a "fermare i non umani che scrivono e provocano il nostro popolo".

In Niger, il giornalista Mamane Kaka Touda è stato arrestato il 5 marzo dopo aver pubblicato sui social media un post a proposito di un presunto caso di infezione da Coronavirus nell'ospedale Niamey Reference Hospital. È stato accusato di "diffusione di dati che tendono a disturbare l'ordine pubblico".

In Egitto il 18 marzo le forze di sicurezza hanno arrestato Atef Hasballah, direttore del giornale AlkararPress, e lo hanno sottoposto a una sparizione forzata per quasi un mese, a seguito di un post sulla sua pagina Facebook in cui contestava le statistiche ufficiali sui casi COVID-19.

In Venezuela, il giornalista Darvinson Rojas ha trascorso 12 giorni in carcere dopo aver riferito sulla diffusione del virus nel Paese ed è stato spinto dalle autorità a rivelare le sue fonti. È stato accusato di "incitamento all'odio" e "istigazione a commettere reati" ed è stato rilasciato su cauzione in attesa di un'indagine penale. Negli ultimi anni, la carenza di servizi sanitari di base e di medicinali ha influito negativamente sulla capacità delle persone di accedere a un'adeguata assistenza sanitaria in Venezuela e, anche prima di COVID-19, le autorità non avevano pubblicato alcun dato epidemiologico dal 2017.

In Turchia, İsmet Çiğit e Güngör Aslan, personale dirigente del sito web di notizie locali SES Kocaeli, sono stati arrestati il 18 marzo dopo la pubblicazione di un articolo su due decessi legati a COVID nell'ospedale locale. Entrambi sono stati rilasciati dopo essere stati interrogati sulle loro fonti (che provenivano dall'ospedale) e si sono sentiti spinti a smettere di riferire sulla questione.

In India, i giornalisti che hanno riferito sulla situazione del Covid-19 sono stati convocati nelle stazioni di polizia e costretti a spiegare le loro storie, tra cui Peerzada Ashiq, un giornalista senior di The Hindu in Kashmir, e Siddharth Varadarajan, direttore di The Wire in Uttar Pradesh. Molti altri sono stati arrestati, come Zubair Ahmed, giornalista freelance nelle Isole Andamane e Nicobare, Andrew Sam Raja Pandian, fondatore del portale web SimpliCity in Tamil Nadu e Rahul Kulkarni, reporter di ABP Majha a Maharashtra, che è stato poi rilasciato su cauzione. Nel frattempo, le restrizioni di internet nella regione del Jammu & Kashmir continuano nonostante il numero crescente di casi Covid-19.

I giornalisti sono stati perseguiti per aver riferito della pandemia in molti altri Paesi, tra cui Azerbaigian, Kazakistan, Serbia, Bangladesh, Cambogia, Uganda, Ruanda, Somalia, Tunisia e Palestina.

Inoltre dei giornalisti che si occupano di violazioni dei diritti umani legate alla pandemia, come abusi da parte della polizia o cattive condizioni di detenzione, sono stati molestati, intimiditi, attaccati e perseguiti.

Ad esempio, in Kenya la polizia è stata filmata mentre aggrediva i giornalisti che cercavano di registrare i pestaggi della polizia che picchiavano una folla di persone in coda per salire su un traghetto prima del coprifuoco. In Bangladesh, quattro giornalisti sono stati aggrediti da politici locali affiliati al partito al potere, in incidenti separati tra il 31 marzo e il 1° aprile, per aver denunciato l'appropriazione indebita di fondi per i soccorsi su Facebook Live.

"Fake news"

Oltre a prendere di mira giornalisti e altri operatori dei media, molti Paesi, tra cui Azerbaigian, Ungheria, Russia, Uzbekistan, Cambogia, Sri Lanka, Thailandia, Tanzania e diversi Stati del Golfo, hanno usato la pandemia di Covid-19 come pretesto per introdurre nuove leggi contro la diffusione di "fake news". Nella maggior parte dei casi, è a discrezione delle autorità definire ciò che costituisce una falsa notizia o una cattiva informazione, e queste leggi agiscono come un severo monito contro la libera discussione della situazione.

In Ungheria, ad esempio, il governo di Viktor Orban ha modificato il codice penale del Paese, introducendo nuove disposizioni che minacciano i giornalisti di pene detentive fino a cinque anni per "diffusione di false informazioni" per aver comunicato fatti che impediscono una "protezione efficace" contro il virus. I giornalisti hanno riferito di essere stati molestati, minacciati e diffamati per aver esaminato la risposta del governo all'epidemia.

In Bosnia, una dottoressa è stata accusata penalmente di "disinformazione" e di aver creato "paura e panico" e potrebbe essere multata fino a 1500 euro, dopo aver pubblicato sui social media la notizia della mancanza di respiratori e di altre attrezzature in un ospedale locale.

"Nel bel mezzo di una pandemia globale le autorità dovrebbero avere priorità più importanti che monitorare Facebook per individuare post scomodi. Devono garantire che le informazioni sul Covid-19 e sulle misure che vengono prese per rispondere ad esso possano circolare liberamente. Le persone hanno il diritto di commentare, esaminare e criticare tali misure senza timore di rappresaglie", ha affermato Ashfaq Khalfan.

In Myanmar le autorità hanno avvertito che chiunque diffonda "notizie false" sul virus potrebbe essere perseguito, mentre un funzionario del Ministero della Salute ha detto che denuncerà chiunque parli della mancanza di dispositivi di protezione personale negli ospedali.

Il dibattito dovrebbe essere incoraggiato

Il 20 aprile le autorità della Tanzania hanno sospeso la licenza del giornale online Mwananchi dopo che questo aveva pubblicato una foto del presidente John Pombe Magufuli mentre faceva shopping circondato da una folla di persone, suscitando un dibattito sulla necessità di attuare il distanziamento fisico.

"La sospensione di Mwananchi è un chiaro esempio dei pericoli che la censura potrebbe comportare per la salute pubblica. Il dibattito sulle misure di contenimento dovrebbe essere incoraggiato, non messo a tacere", ha detto Ashfaq Khalfan.

"Abbiamo tutti il diritto di conoscere le questioni cruciali che possono influire sulla nostra salute, come la carenza di attrezzature, così come di accedere a statistiche affidabili che possono contraddire la linea ufficiale del governo".