©Andrew Stanbridge / Amnesty International
©Andrew Stanbridge / Amnesty International

Myanmar Nessuna protezione per i Rohingya, nonostante l'ordine della Corte internazionale di Giustizia

22 maggio 2020
In vista della scadenza del 23 maggio data al Myanmar per riferire sul rispetto dell'ordine della Corte internazionale di giustizia di adottare "misure provvisorie" per proteggere il rohingya, Nicholas Bequelin, direttore regionale di Amnesty International, ha dichiarato:

"Nonostante l'ordine della Corte Internazionale non è cambiato nulla per i circa 600'000 rohingya che vivono nello Stato di Rakhine in condizioni disastrose, tra i quali circa 126'000 persone che le autorità stanno trattenendo a tempo indeterminato nei campi."

"Nello Stato di Rakhine i rohingya si vedono ancora negati i diritti alla nazionalità, alla libertà di movimento e all'accesso ai servizi, compresa l'assistenza sanitaria. Sono anche sempre più toccati dal crescente conflitto armato tra l'esercito del Myanmar e l'esercito dell'Arakan."

"I blackout di Internet hanno privato i rohingya e le altre minoranze che vivono negli Stati di Rakhine e Chin di informazioni potenzialmente salvavita e hanno impedito il monitoraggio della situazione umanitaria sul campo. Questo blackout di informazioni mette maggiormente a rischio le persone, specialmente a causa della pandemia di Covid-19".

"Se le recenti direttive presidenziali del Myanmar, che ordinavano al personale governativo di non commettere genocidio o distruggerne le prove, sembrano essere in linea con l'ordine della Corte internazionale, la realtà è che non sono stati fatti passi significativi per porre fine alle atrocità - incluso il crimine dell'apartheid.

Un'ulteriore direttiva che ordina ai funzionari di fermare il "discorso dell'odio" è attesa da tempo, ma non vi sono le garanzie sufficienti che questa non possa essere usata per limitare ulteriormente la libertà di espressione. Senza un monitoraggio significativo e trasparenza sul rispetto dell'ordine della Corte da parte del Myanmar, queste misure possono essere viste solo come una vetrina".

"Finché i responsabili di crimini definiti dal diritto internazionale non saranno chiamati ad assumersi la responsabilità dei propri atti, ci sono poche speranze di un miglioramento nella vita dei rohingya e di altre minoranze etniche negli Stati di Rakhine, Kachin e del nord dello Shan. Queste popolazioni soffrono ancora di diffuse violazioni dei diritti umani per mano delle autorità del Myanmar. Amnesty International rinnova il proprio appello al Consiglio di sicurezza dell'Onu  affinché deferisca urgentemente la situazione in Myanmar alla Corte penale internazionale".

Informazioni supplementari

L'11 novembre 2019, il Gambia ha presentato una causa alla Corte Internazionale di Giustizia, accusando il Myanmar di aver violato gli obblighi previsti dalla Convenzione sul genocidio del 1948. La denuncia comprendeva una richiesta urgente alla Corte di ordinare "misure provvisorie" per prevenire tutti gli atti che possono costituire o contribuire al crimine di genocidio contro i rohingya e proteggere la comunità da ulteriori danni mentre il caso viene giudicato.

Le udienze pubbliche sulle misure provvisorie si sono tenute all'Aia il 10-12 dicembre 2019. La delegazione del Myanmar, guidata dal consigliere di Stato Aung San Suu Kyi, ha negato le accuse di genocidio e ha esortato la Corte a respingere il caso e a respingere la richiesta di misure provvisorie.

Il 23 gennaio 2020 la Corte ha concesso le misure provvisorie e ha ordinato al Myanmar di riferire in merito alla loro attuazione entro quattro mesi e, successivamente, ogni sei mesi fino alla conclusione del caso. La decisione ha imposto al Myanmar di "adottare tutte le misure in suo potere" per proteggere i rohingya dal genocidio, per garantire la conservazione delle prove relative alle accuse di genocidio e per prevenire "l'incitamento pubblico" a commettere un genocidio.

L'ordine è arrivato solo pochi giorni dopo che la Commissione d'inchiesta indipendente istituita dal governo del Myanmar ha presentato la propria relazione finale sullo Stato di Rakhine al presidente del Myanmar. La Commissione ha concluso che, sebbene le forze di sicurezza del Myanmar possano essere state responsabili di crimini di guerra e "uso sproporzionato della forza", non ha trovato alcuna prova di intento genocida. Il rapporto completo non è ancora stato reso pubblico.

Da febbraio, i combattimenti tra i militari del Myanmar e l'esercito di Arakan, un gruppo armato di etnia Rakhine, si sono intensificati nello Stato di Rakhine e nel vicino Stato di Chin, da dover arrivano notizie di gravi violazioni e di un aumento delle vittime civili, tra cui un membro del personale dell'Organizzazione mondiale della sanità ucciso negli scontri del 20 aprile. Sia i militari che il gruppo armato si sono incolpati a vicenda per l'attacco.

Un cessate il fuoco unilaterale adottato sulla scia della pandemia Covid-19 non si applica alle aree in cui i militari del Myanmar stanno combattendo contro l'esercito del Arakan, che le autorità del Myanmar considerano una "organizzazione terroristica".