©Amnesty International
©Amnesty International

Rapporto annuale 2019 Medio Oriente e Nord Africa Proteste duramente represse, nell'anno della "resistenza"

Comunicato stampa, 18 febbraio 2020, Londra/Lugano – Contatto media
I governi di tutta la regione del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA) hanno mostrato un'agghiacciante determinazione nel reprimere con la forza le proteste e nel calpestare i diritti di centinaia di migliaia di manifestanti che, nel corso del 2019, sono scesi in piazza per chiedere giustizia sociale e riforme politiche. Lo ha affermato Amnesty International oggi, nel presentare il proprio Rapporto annuale sulla situazione dei diritti umani nella regione.

- Il rapporto esamina la situazione dei diritti umani in 19 stati dell’area Medio Oriente e Nord Africa nel corso del 2019;

- L'ondata di proteste in Algeria, Iraq, Iran e Libano dimostra una rinnovata fiducia nel potere della società civile;

- La implacabile repressione ha preso di mira gli oppositori pacifici e i difensori dei diritti umani.  Oltre 500 persone sono morte in Iraq e più di 300 in Iran;

- Almeno 136 prigionieri di coscienza detenuti in 12 paesi per attivismo online.

Il documento, Human rights in the Middle East and North Africa: Review of 2019, descrive come, invece di ascoltare le rivendicazioni dei manifestanti, i governi abbiano nuovamente fatto ricorso alla repressione per mettere a tacere le voci critiche pacifiche che si siano espresse in strada e online.

Nei soli Iraq e in Iran, l'uso della forza letale da parte delle autorità in risposta alle proteste ha causato centinaia di morti; in Libano la polizia ha fatto un uso illegale ed eccessivo della forza per disperdere le proteste mentre in Algeria le autorità sono ricorse agli arresti di massa e ai procedimenti giudiziari per reprimere i manifestanti.  In tutta la regione, i governi hanno arrestato e perseguito gli attivisti che hanno utilizzato i canali dei social media per esprimere il proprio dissenso.

"Dimostrando grande forza e determinazione, le folle in Algeria, Iran, Iraq e Libano si sono riversate nelle strade - in molti casi rischiando la vita - per rivendicare i propri diritti umani, la dignità, la giustizia sociale e chiedere la fine della corruzione. Questi manifestanti hanno dimostrato che non si permetteranno ai loro governi di metterli a tacere", ha dichiarato Anita Streule, responsabile della regione per Amnesty Svizzera.

Il 2019 è stato un anno di resistenza nella regione. È stato anche un anno che ha dimostrato che la speranza era ancora viva - e che nonostante i sanguinosi postumi delle rivolte del 2011 in Siria, Yemen e Libia e il catastrofico declino dei diritti umani in Egitto - la fiducia della popolazione nel potere collettivo di mobilitarsi per il cambiamento è stata ravvivata.

Un giro di vite contro le proteste

In tutta la regione Medio Oriente e Nord Africa le autorità hanno dispiegato una serie di tattiche per reprimere l'ondata di proteste - arrestando arbitrariamente migliaia di manifestanti in tutta l’area e ricorrendo, in alcuni casi, a una forza eccessiva o addirittura letale. Solo in Iraq e in Iran centinaia di persone sono state uccise mentre le forze di sicurezza sparavano munizioni vere contro i manifestanti. Altre migliaia sono rimaste ferite.

In Iraq, dove almeno 500 persone sono morte durante le manifestazioni del 2019, i manifestanti hanno dimostrato un’enorme resilienza, sfidando i proiettili, gli attacchi mortali da parte dei cecchini e le granate militari a lacrimogeni lanciate a breve distanza, che hanno causato lesioni raccapriccianti.

In Iran, rapporti credibili hanno indicato che, per sedare le proteste inizialmente scatenate dall'aumento dei prezzi del carburante, tra il 15 e il 18 novembre le forze di sicurezza hanno ucciso oltre 300 persone, ferendone migliaia. Inoltre migliaia di persone sono state e arrestate e molte sono state sottoposte a sparizioni forzate e torture.

"Lo scioccante numero di morti tra i manifestanti in Iraq e in Iran dimostra fino a che punto questi governi siano disposti a spingersi per mettere a tacere ogni forma di dissenso", ha dichiarato Philip Luther, direttore della ricerca e dell'advocacy di Amnesty International per il Medio Oriente e Nord Africa.

Nei Territori palestinesi occupati Israele ha mantenuto la propria politica di uso eccessivo della forza, anche letale, contro i manifestanti. Le forze israeliane hanno anche ucciso decine di palestinesi durante le manifestazioni a Gaza e in Cisgiordania.

In Algeria, dove le proteste di massa hanno portato alla caduta del presidente Abdelaziz Bouteflika – al potere da 20 anni - le autorità hanno cercato di reprimere le proteste attraverso arresti arbitrari di massa e procedimenti giudiziari contro i manifestanti pacifici.

Mentre in Libano le proteste di massa scoppiate ad ottobre hanno portato alle dimissioni del governo, erano iniziate in gran parte in modo pacifico, in diverse occasioni le forze di sicurezza hanno reagito facendo un uso illegale e eccessivo della forza, non riuscendo a proteggere efficacemente i manifestanti pacifici dagli attacchi da parte di sostenitori dei gruppi politici rivali.

In Egitto, un raro scoppio di proteste a settembre, che ha colto di sorpresa le autorità, ha dato luogo ad arresti arbitrari di massa con oltre 4000 detenuti.

"I governi della regione hanno mostrato un totale disprezzo per il diritto delle persone a protestare e ad esprimersi pacificamente", ha detto Anita Streule.

Repressione del dissenso online

Oltre a scatenarsi contro i manifestanti pacifici per le strade, nel corso del 2019 i governi di tutta la regione hanno continuato a reprimere le persone che esercitano il proprio diritto alla libertà di espressione online. Giornalisti, blogger e attivisti che hanno pubblicato dichiarazioni o video ritenuti critici nei confronti delle autorità sui social media hanno dovuto affrontare arresti, interrogatori e procedimenti giudiziari.

Secondo i dati di Amnesty International, individui sono stati detenuti come prigionieri di coscienza in 12 Paesi della regione e 136 persone sono state arrestate solo per essersi espresse pacificamente online. Le autorità hanno anche abusato dei propri poteri per impedire alle persone di accedere o condividere informazioni online.

Alcuni governi usano anche tecniche più sofisticate di sorveglianza online per colpire i difensori dei diritti umani. La ricerca di Amnesty ha evidenziato come due difensori dei diritti umani marocchini siano stati presi di mira usando spyware sviluppati dalla società israeliana NSO Group.

Più in generale, Amnesty International ha registrato 367 difensori dei diritti umani sottoposti a detenzione (240 detenuti arbitrariamente nel solo Iran) e 118 perseguiti nel 2019 - i numeri reali sono probabilmente più alti.

"Il fatto che i governi di tutta l'area Medio Oriente e Nord Africa abbiano un approccio a tolleranza zero nei confronti dell'espressione pacifica online mostra come temano il potere delle idee che sfidano le narrazioni ufficiali. Le autorità devono rilasciare immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri di coscienza e smettere di molestare i critici pacifici e i difensori dei diritti umani", ha detto Philip Luther.

Grazie per la tua donazione

Il tuo impegno è la nostra forza. Grazie per la tua donazione