© Ioan Panaite / shutterstock.com
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Svizzera/Coronavirus Misure sorveglianza rimangano proporzionate anche in situazione emergenza

Comunicato stampa, 6 aprile 2020, Berna/Lugano – Contatto media
Le misure di sorveglianza e gli strumenti di assistenza digitali possono avverarsi molto utili nella lotta contro il Coronavirus. Amnesty International, “Digitale Gesellschaft” e la Fondazione per la protezione dei consumatori chiedono il rispetto del principio di proporzionalità nell’ambito di qualsiasi limitazione dei diritti della personalità. Questo principio dello Stato di diritto resta applicabile anche in un periodo di crisi. Le misure dovranno inoltre essere revocate al termine della crisi.

Da metà marzo 2020 la Svizzera è, di fatto, in stato di emergenza. Il Consiglio federale e i governi cantonali possono mettere in atto tutte le misure che ritengono necessarie per arginare il Coronavirus. Tuttavia, le limitazioni dei diritti fondamentali, quali le limitazioni della libertà di circolazione o le misure di sorveglianza, devono essere proporzionate anche in situazione di stato di emergenza. Queste misure devono quindi essere necessarie ed appropriate per raggiungere efficacemente un obiettivo di interesse pubblico e non devono andare oltre ciò che è assolutamente necessario in termini di materiale, di spazio, di personale e di tempo e devono inoltre essere trasparenti. Si dovrà rinunciare a mettere in atto una misura se è possibile un intervento appropriato meno intrusivo.

Sorveglianza degli Smartphone

Nell’ambito della lotta contro il Coronavirus, l’Ufficio federale della salute pubblica (UFSP) ha chiesto a Swisscom di pubblicare i dati sugli assembramenti e sulla mobilità. L’UFSP ha dichiarato che non avrebbe ricevuto alcun dato di localizzazione da parte di Swisscom, ma “unicamente le analisi e delle visualizzazioni”. I dati su cui si basano le analisi sono aggregati o anonimizzati così da non permettere l’accesso alle informazioni personali. Questo genere di meccanismo sembra adeguato alla situazione attuale. Tuttavia, l’UFSP si è rifiutato di rendere pubblica l’ordinanza corrispondente a questa decisione. La trasparenza è però cruciale per quel che riguarda l’attuale utilizzo dei dati di localizzazione. Per precauzione la “Digitale Gesellschaft” ha intentato una procedura contro l’UFSP conformemente alla Legge sulla trasparenza (LTras). Sotto pressione da parte dell’Incaricato federale della protezione dei dati e della trasparenza (IFPDT), Swisscom e l’UFSP hanno fornito delle informazioni complementari.

L’utilizzo dei metadati raccolti attraverso la sorveglianza di massa dei telefoni portatili di tutta la popolazione svizzera per tracciare i contatti, come richiesto da determinati ambienti, sarebbe molto problematico in termini di diritti fondamentali. La raccolta di dati - che permette di risalire indietro di sei mesi per sapere chi ha comunicato quando, dove, con chi e per quanto tempo - rappresenta un’importate intrusione nella vita privata. Inoltre, i dati raccolti sono troppo imprecisi per poter stabilire con certezza dei contatti fisici e stabilire un’eventuale catena di contagio di Coronavirus. Nelle zone urbane, un’antenna copre diverse centinaia di metri ma la zona di copertura può avere una dimensione di diversi chilometri in zona rurale. Se tutte le persone che si trovavano nella zona coperta dalla stessa antenna di una persona infettata nei giorni precedenti la scoperta dell’infezione fossero messe in quarantena il paese sarebbe immediatamente paralizzato.

Applicazione di ricerca di contatti

Le applicazioni di ricerca dei contatti potrebbero essere utili per stabilire delle eventuali catene di contagio. In questo caso, attraverso la funzione Bluetooth il telefono portatile dell’utilizzatore individua e registra tutti i telefoni portatili che passano nelle vicinanze. La portata è limitata ad alcuni metri, il che corrisponde all’incirca alla distanza di propagazione del Coronavirus. Una tecnica di tracciamento dei contatti conforme alla regolamentazione sulla protezione dei dati può essere messa in atto a condizione di rispettare determinati principi importanti:

Tutte le informazioni relative ai contatti devono essere criptate e stoccate localmente sul telefono portatile. I dati possono essere analizzati, anonimamente, solo in caso di infezione. Qualsiasi sorveglianza che andasse oltre, quale il tracciamento della localizzazione, non deve essere autorizzata. Lo sviluppo deve farsi in base a norme aperte, di interfacce e di programmi “open source”. L’utilizzo dell’applicazione deve essere volontario.

In Europa la competenza in materia di ricerca dei contatti, efficaci sul piano dei dati e che garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali, c’è. Un buon esempio è la « Pan-European Privacy Preserving Proximity Tracing-Initiative» (PEPP-PT), un progetto al quale partecipano anche dei ricercatori svizzeri. Al contrario la collaborazione con delle grandi società di dati come Palantir, una società americana attiva a livello internazionale che lavora con servizi segreti e le forze di sicurezza e che non garantisce trasparenza, sarebbe estremamente problematica.  

Videosorveglianza

La settimana scorsa, il Consiglio di Stato argoviese ha deciso che d’ora in avanti la polizia è autorizzata ad avere accesso in tempo reale alle telecamere di videosorveglianza già in funzione, incluse le telecamere private – e a installarne di nuove. Nella propria dichiarazione, il Consiglio di Stato non spiega in che misura le misure esistenti, quali il divieto degli assembramenti, i pattugliamenti da parte della polizia, le multe e la chiusura dei parchi non siano sufficienti. Delle “pattuglie virtuali” non sono in grado di intervenire direttamente e, in termini di prevenzione, non fanno altro che indurre le persone ad incontrarsi in luoghi non sorvegliati.

La sorveglianza della vita pubblica in tempo reale va ben oltre le misure che utilizzano dei dati anonimi e aggregati di localizzazione dei telefoni portatili per registrare degli assembramenti o dei flussi di persone. Non valgono inoltre circostanze particolari che, in questo Cantone rispetto ad altri, renderebbero necessaria una misura di questo genere. Esiste inoltre il pericolo che la videosorveglianza in tempo reale sia mantenuta come misura di sorveglianza “normale” anche dopo la fine della pandemia.

Chiediamo al governo cantonale di Argovia di mettere immediatamente un termine alla pratica della videosorveglianza in tempo reale dell’insieme dello spazio pubblico, che costituisce una misura di sorveglianza sproporzionata.

Appello mondiale

In una presa di posizione comune, la settimana scorsa oltre 100 ONG del mondo intero, tra le quali Amnesty International e la “Digitale Gesellschaft”, hanno chiesto che il ricorso alle tecnologie della sorveglianza digitale per combattere la pandemia di Coronavirus avvenga nel rispetto dei diritti umani.

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