©AFP via Getty Images
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Rapporto sulla pena di morte nel mondo 2020 Il Covid-19 non ferma il boia: alcuni paesi spietati continuano a condannare e mettere a morte

Comunicato stampa, 20 aprile 2021, Londra/Lugano – Contatto media
Le sfide senza precedenti presentate dalla pandemia di Covid-19 non sono state sufficienti per dissuadere 18 paesi dal ricorrere al boia nel 2020. È quanto afferma oggi Amnesty International nel presentare il proprio Rapporto annuale sulla pena di morte. Mentre c’è una tendenza globale verso il declino di questa pratica, alcuni paesi hanno continuato o perfino aumentato il ricorso alla pena capitale, mostrando un agghiacciante mancanza di rispetto per la vita umana in un momento storico in cui le attenzioni del mondo sono concentrate sul proteggere le persone da un virus mortale.
  • In Egitto triplicato il numero di esecuzioni in un anno
  • La Cina ha applicato la pena capitale per reprimere i reati correlati agli sforzi per la prevenzione del Covid-19
  • La precedente amministrazione USA ha messo a morte 10 persone in meno di sei mesi nel 2020
  • Il numero più bassi di esecuzioni registrato in un decennio per il terzo anno consecutivo

Tra i principali esecutori del 2020 figurano l’Egitto, che ha triplicato il numero di esecuzioni rispetto all’anno precedente, la Cina che ha annunciato un giro di vite sugli atti criminali legati alla prevenzione del Covid-19, il che risulta in almeno un uomo è stato condannato e messo a morte. Nel frattempo l’amministrazione Trump ha ripreso le esecuzioni federali dopo 17 anni di interruzione, mettendo a morte 10 uomini in meno di sei mesi. India, Oman, Qatar e Taiwan hanno ripreso le esecuzioni.

“Mentre il mondo si concentra sulla ricerca di strategie per proteggere vite umane dal Covid-19, molti governi dimostrano una destabilizzante determinazione nel ricorrere alla pena di morte e mettere a morte le persone nonostante tutto”, ha dichiarato Agnès Callamard, Segretaria generale di Amnesty International.

"La pena di morte è una punizione abominevole e perseguire le esecuzioni nel mezzo di una pandemia evidenzia ulteriormente la sua intrinseca crudeltà. Lottare contro un'esecuzione è difficile nei momenti migliori, ma la pandemia ha significato che molte persone nel braccio della morte non hanno potuto accedere ad una rappresentanza legale personale, e molti di coloro che volevano fornire supporto hanno dovuto esporsi a considerevoli - ma assolutamente evitabili - rischi per la salute. L'uso della pena di morte in queste condizioni è un assalto particolarmente grave ai diritti umani".

Le limitazioni legate al Covid-19 hanno avuto delle implicazioni preoccupanti riguardo l’accesso alla consulenza giuridica e al diritto a un equo processo in numerosi paesi, incluso negli Stati Uniti, dove gli avvocati della difesa hanno detto di essere stati impossibilitati a condurre indagini cruciali o incontrare i propri clienti faccia-a-faccia.

Cinque paesi «campioni» delle esecuzioni

La Cina classifica il numero totale delle esecuzioni e condanne a morte registrate come un segreto di stato e ostacola gli osservatori indipendenti. Per questo motivo le cifre di Amnesty International sulle esecuzioni non includono quelle registrate in Cina. Ciononostante, si ritiene che la Cina metta a morte migliaia di persone ogni anno, confermando la propria posizione di maggior esecutore al mondo, prima di Iran (246+), Egitto (107+), Iraq (45+) e Arabia Saudita (27). Iran, Egitto, Iraq e Arabia Saudita sono responsabili dell’88% delle esecuzioni nel 2020.

L’Egitto ha visto triplicare il numero di esecuzioni avvenute in un anno, diventando il terzo maggior esecutore nel 2020. Almeno 23 delle persone messe a morte erano state condannate nell’ambito di casi legati a violenze politiche, dopo processi grossolanamente iniqui segnati da «confessioni» forzate e altre serie violazioni dei diritti umani, inclusi tortura e sparizioni forzate. Un picco di esecuzioni è avvenuto in ottobre e novembre, quando le autorità egiziane hanno messo a morte almeno 57 persone – 53 uomini e quattro donne.

Nonostante il numero delle esecuzioni in Iran sia rimasto inferiore rispetto agli anni precedenti, il paese ha aumentato il ricorso alla pena capitale come arma di repressione politica contro dissidenti, manifestanti e membri di gruppi etnici minoritari, in violazione dei diritti umani.

Molti paesi della regione Asia-Pacifico hanno continuato a violare le leggi e gli standard internazionali che proibiscono il ricorso alla pena di morte per crimini che non coinvolgono le uccisioni intenzionali. La pena di morte è però stata applicata per reati relativi al traffico di sostanze stupefacenti in Cina, Indonesia, Laos, Malesia, Singapore, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam, per corruzione in Cina e Vietnam, e per blasfemia in Pakistan. In Bangladesh e Pakistan delle condanne a morte sono state pronunciate da corti stabilite in nome di legislazioni speciali che solitamente permettono procedure diverse dalle corti ordinarie. Nelle Maldive cinque persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato sono rimaste oggetto di una condanna a morte.

Gli USA sono stati l’unico paese delle Americhe a portare a termine esecuzioni nel 2020. In luglio l’amministrazione Trump ha ordinato la prima esecuzione federale in 17 anni, e cinque stati hanno messo a morte 7 persone in totale.

Il minor numero di esecuzioni in un decennio

Globalmente si è a conoscenza di almeno 483 persone messe a morte nel 2020 (escludendo i paesi che classificano i dati sulla pena capitale quali segreto di stato o per i quali sono disponibili informazioni limitate – Cina, Corea del Nord, Siria e Vietnam). Per quanto si tratti di una cifra scioccante, è il numero più basso registrato da Amnesty International in un decennio. Rappresenta una diminuzione del 26% se paragonato con il 2019, e del 70% rispetto al record di 1634 esecuzioni nel 2015.

Secondo il rapporto la diminuzione delle esecuzioni è dovuta a una riduzione delle esecuzioni in alcuni paesi mantenitori e, in minore misura, a una interruzione delle esecuzioni avvenuta in reazione alla pandemia.

Il numero delle esecuzioni registrate in Arabia Saudita è calato del 85%, da 184 nel 2019 a 27 nel 2020, e più che dimezzato in Iraq, da 100 nel 2019 a 45 nel 2020. Nessuna esecuzione si è registrata in Bahrein, Bielorussia, Giappone, Pakistan, Singapore e Sudan – paesi che avevano registrato esecuzioni nel 2019.

Il numero di condanne a morte che si sa essere state emesse nel mondo (almeno 1477) è pure diminuito del 36% rispetto al 2019. Amnesty International ha registrato una diminuzione in 30 paesi su 54 dove si sa vengono pronunciate delle condanne alla pena capitale. Queste sembrano essere in molti casi collegate a ritardi e differimenti nelle procedure giudiziari in seguito alle misure per il contenimento della pandemia.

Eccezioni degne di nota sono state l’Indonesia dove nel 2020 si sono registrate 117 condanne a morte, in aumento del 46% rispetto al 2019 (80 condanne), e lo Zambia, che ha imposto 119 condanne capitali nel 2020, 18 in più rispetto al 2019 e il maggior numero registrato nell’Africa sub-Sahariana.

È ora di abolire la pena di morte

Nel 2020 il Ciad e lo stato nordamericano del Colorado hanno abolito la pena capitale, il Kazakhstan si è impegnato per l’abolizione secondo il diritto internazionale e le Barbados hanno concluso delle riforme volte alla revoca della pena capitale obbligatoria.

Nell’aprile 2021, 108 paesi hanno abolito la pena capitale per tutti i crimini e 144 paesi l’hanno abolita nella legge e nella pratica – una tendenza che deve continuare.

"Nonostante il continuo perseguimento della pena di morte da parte di alcuni governi, il quadro generale nel 2020 è stato positivo. Il Ciad ha abolito la pena di morte, insieme allo stato del Colorado negli USA, e il numero di esecuzioni note ha continuato a scendere - portando il mondo più vicino a consegnare la punizione più crudele, disumana e degradante ai libri di storia", ha dichiarato Agnès Callamard.

"Con 123 stati - più che mai in precedenza - che sostengono l'appello dell'Assemblea Generale dell'ONU per una moratoria sulle esecuzioni, sta crescendo la pressione sui paesi controtendenza affinché ne seguano l'esempio. La Virginia è diventata recentemente il primo stato del sud degli Stati Uniti ad abolire la pena di morte, mentre diverse proposte di legge per abolirla a livello federale sono in sospeso al Congresso. Mentre il viaggio verso l'abolizione globale della pena capitale continua chiediamo al Congresso degli Stati Uniti di sostenere gli sforzi legislativi per l’abolizione della pena capitale."

"Esortiamo i leader di tutti i paesi che non hanno ancora abrogato questa punizione a fare del 2021 l'anno in cui metteranno fine per sempre alle uccisioni sancite dallo stato. Continueremo a fare campagna finché la pena di morte non sarà abolita ovunque, una volta per tutte".

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