Un soldato saudita segue le operazione di scarico di materiale di soccorso da un cargo delle forze ae-ree saudite nella provincia centrale dello Yemen, a Marib, il 12 marzo 2018.  © ABDULLAH AL-QADRY/AFP/Getty Images
Un soldato saudita segue le operazione di scarico di materiale di soccorso da un cargo delle forze ae-ree saudite nella provincia centrale dello Yemen, a Marib, il 12 marzo 2018. © ABDULLAH AL-QADRY/AFP/Getty Images

Aziende produttrici di armamenti Nessuna analisi seria in materia di diritti umani

Comunicato stampa, 9 settembre 2019, Londra/Lugano – Contatto media
Mentre le più grandi compagnie d'armi del mondo si preparano a presentare i propri prodotti alla fiera internazionale di Londra, un nuovo rapporto di Amnesty International mostra come i principali operatori del settore - tra cui Airbus, BAE Systems e Raytheon - non stanno mettendo in atto un'adeguata due di-ligence (dovuta diligenza) in materia di diritti umani che potrebbe evitare che i loro prodotti vengano utilizzati in potenziali violazioni dei diritti umani e crimini di guerra.

Per il suo rapporto Outsourcing Responsibility: human rights policies in the defence sector, Amnesty International ha contattato 22 compagnie del settore dell'armamento e ha chiesto loro di spiegare come si assumono la responsabilità di rispettare i diritti umani riconosciuti a livello internazionale. Molte delle società indagate forniscono armi a paesi accusati di aver commesso crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani, come l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. 

Nessuna delle aziende che hanno risposto è stata in grado di spiegare in modo soddisfacente come assolve le proprie responsabilità in materia di diritti umani ed esercita il proprio dovere di diligenza, e 14 aziende non hanno risposto. 

"Da troppo tempo il ruolo delle compagnie di armamenti in sanguinosi conflitti segnati da gravi violazioni dei diritti umani è un’evidenza. Mentre Stati come il Regno Unito sono, giustamente, perseguiti nei tribunali per i loro spericolati accordi commerciali sulle armi, le società che traggono profitti dalla fornitura di armi ai paesi coinvolti in questi conflitti sfuggono a qualsiasi controllo", ha detto Patrick Wilcken, ricercatore sul tema del controllo delle armi per Amnesty International.

"Nessuna delle aziende che abbiamo contattato è stata in grado di dimostrare un'adeguata due diligence in materia di diritti umani. Questo non solo mostra un'allarmante indifferenza riguardo al costo umano dei loro affari, ma potrebbe potenzialmente esporre queste aziende e i loro dirigenti a procedimenti giudiziari per complicità nei crimini di guerra". 

Amnesty ha indagato su 22 compagnie d'armi di 11 paesi, tra cui Airbus (Paesi Bassi), Arquus (Francia), Boeing (USA), BAE Systems (UK), Leonardo (Italia), Lockheed Martin (UK), Raytheon (USA), Rosoboronexport (Russia), Thales (Francia) e Zastava (Serbia). 

Gli obblighi per gli Stati di regolamentare il commercio internazionale di armi sono ora chiaramente definiti dal Trattato internazionale sul commercio di armi e dalla legislazione regionale e interna, ma il ruolo cruciale delle imprese nella fornitura di beni e servizi militari è spesso trascurato, nonostante la natura spesso intrinsecamente pericolosa delle loro transazioni e dei suoi prodotti. 

Armi destinate allo Yemen

Defence & Security Equipment International (DSEI), una delle più grandi fiere dedicate agli armamenti al mondo, si svolge dal 10 al 13 settembre a Londra. Tra gli espositori vi sono aziende che hanno ricavato milioni di euro dalla fornitura di armi e servizi alla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, impegnata nello Yemen. 

BAE Systems, Boeing, Lockheed Martin e Raytheon, tra gli altri, sono stati parte integrante dello sforzo della coalizione, poiché riforniscono una flotta di aerei da combattimento che ha ripetutamente colpito obiettivi civili, tra cui case, scuole, ospedali e mercati. 

Nessuna di queste società ha spiegato quale due diligence in materia di diritti umani è stata attuata per valutare e affrontare i rischi legati alla fornitura di armi e servizi alla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. 

In un caso Amnesty International ha tracciato un frammento di bomba ritrovato sul sito di un attacco aereo a Sana'a che, nel 2017, ha ucciso sei bambini e i loro genitori, riconducendolo allo stabilimento produttivo di Raytheon in Arizona.

Quando Amnesty International ha chiesto a Raytheon quali misure aveva adottato per indagare e rispondere a questo incidente, la compagnia ha emesso la seguente risposta: "A causa di vincoli legali, di questioni relative alle relazioni con i clienti... Raytheon non fornisce informazioni sui suoi prodotti, clienti o problemi operativi". 

Raytheon ha aggiunto che, prima dell'esportazione, le attrezzature militari e di sicurezza sono "soggette a un'analisi diversificata da parte del Dipartimento di Stato, del Dipartimento della Difesa e del Congresso degli Stati Uniti".

Responsabilità trasferite

"La maggior parte delle aziende che hanno risposto ad Amnesty International ha sostenuto che la responsabilità della valutazione in materia di diritti umani spetta allo Stato d'origine attraverso la procedura di autorizzazione delle armi", ha detto Patrick Wilcken.

"Ma la regolamentazione governativa non esonera le aziende - indipendentemente dal settore in cui operano - dall'effettuare la propria due diligence in materia di diritti umani. Nascondersi dietro i governi è troppo facile - specialmente quando è dimostrato che le decisioni sulle licenze sono viziate e gli stessi governi che rilasciano le licenze sono messi in discussione per il proprio ruolo nei crimini di guerra e in altre violazioni".

BAE Systems ha descritto le conclusioni di Amnesty International come "false e fuorvianti", aggiungendo che BAE Systems applica "una politica e un processo proprio, misurato e appropriato, nel rispetto delle leggi e dei regolamenti" attraverso la propria politica commerciale. Tuttavia, interrogata sulla due diligence in materia di diritti umani in relazione al commercio della società con l'Arabia Saudita, l'azienda ha risposto: "Le nostre attività in Arabia Saudita sono soggette all'approvazione e alla supervisione del governo britannico".

Leonardo ha dichiarato che le conclusioni di Amnesty International "non erano totalmente corrette" e che l'azienda ha svolto una due diligence sui diritti umani che va oltre il rispetto delle leggi e dei regolamenti nazionali in materia di licenze e permessi. Tuttavia, l'azienda non ha spiegato come queste politiche funzionino nella pratica in situazioni concrete - per esempio, nel caso delle esportazioni verso la coalizione Arabia Saudita/Emirati Arabi Uniti per un impiego nel conflitto dello Yemen.

Quattordici società non hanno semplicemente risposto alle richieste di informazioni di Amnesty. Tra queste, l'esportatore russo di armi Rosoboronexport, che ha fornito attrezzature militari alle forze armate siriane, accusate di crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Nessuna risposta è stata data anche da Zastava, una società serba i cui fucili sono stati ricondotti dalle ricerche di Amnesty a un'orribile esecuzione di massa in Camerun, o da Arquus (ex Renault Trucks Défense), una società francese che ha fornito veicoli corazzati all'Egitto, che li ha usati per reprimere il dissenso.  

Amnesty International chiede alle società del settore della difesa di verificare gli atti passati dei clienti rispetto agli standard dei diritti umani; di inserire nei contratti aspettative elevate di rispetto delle leggi internazionali sui diritti umani; di monitorare costantemente e verificare periodicamente le il comportamento dei clienti e di utilizzare il proprio potere per influenzare il comportamento dei clienti.

"I giganti del settore della difesa si lavano le mani delle proprie responsabilità sostenendo che, una volta le merci spedite, non hanno più alcun controllo su come vengono utilizzate. Questo argomento non regge, legalmente o eticamente - è ora che le aziende si assumano la responsabilità delle loro decisioni", ha detto Patrick Wilcken.

"Se è impossibile evitare il rischio che le armi siano utilizzate per violazioni dei diritti umani, le aziende dovrebbero astenersi dal fornire queste armi".

Informazioni supplementari

In base ai Principi guida delle Nazioni Unite sulle imprese e sui diritti umani, approvati all'unanimità dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel giugno 2011, tutte le imprese hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani e, per far fronte a tale responsabilità, si impegnano a identificare, prevenire, mitigare e rendere conto di come affrontano il loro impatto potenziale ed effettivo sui diritti umani. 

In relazione al settore della difesa, le imprese devono valutare ed esaminare i rischi e gli abusi dei diritti umani che sorgono in tutti gli aspetti della loro attività, compreso il modo in cui clienti quali gli eserciti nazionali e le forze di polizia utilizzano le loro armi e i servizi correlati. 

Obiettivo primario della due diligence (dovuta diligenza) è evitare di causare o contribuire a violazioni dei diritti umani. Pertanto, se un'impresa non è in grado di prevenire o attenuare adeguatamente gli effetti negativi sui diritti umani, dovrebbe astenersi dal fornire le armi e i servizi ad esse connessi. Queste responsabilità prevalgono sul rispetto delle leggi e dei regolamenti nazionali - come i sistemi di licenze statali - volti a proteggere i diritti umani.

La mancanza di un'adeguata due diligence in materia di diritti umani aumenta i rischi per la reputazione e legali per un'industria che fornisce prodotti ad alto rischio in ambienti pericolosi. I concetti legali di "complicità aziendale" e di "favoreggiamento e complicità" in crimini che rientrano sotto il diritto internazionali continuano ad evolvere e potrebbero in futuro applicarsi alle società di armamenti che continuano a fornire armi pur sapendo che possono essere utilizzate per commettere o facilitare gravi violazioni del diritto internazionale umanitario o delle leggi in difesa dei diritti umani. 

Amnesty International ha contattato 22 società di difesa, otto delle quali hanno risposto: Airbus, BAE Systems, Leonardo, Lockheed Martin, Raytheon, Rolls-Royce, Saab e Thales. Le altre 14 società - Arquus, Avibras, Boeing, Dassault Aviation, Elbit Systems, Embraer, Heckler e Koch, General Dynamics, Herstal Group, Norinco, Northrop Grumman, Remington Outdoor, Rosoboronexport e Zastava - non hanno risposto.