©Amnesty International
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Libia Gravi violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione per rifugiati – l’Europa deve fermare i rimpatri

Comunicato stampa, 15 luglio 2021, Londra/Lugano – Contatto media
Nuove prove di gravissime violazioni dei diritti umani ai danni di uomini, donne e bambini intercettati durante la traversata del Mediterraneo e rimpatriati con la forza nei centri di detenzione in Libia, evidenziano le orribili conseguenze della cooperazione in corso tra Europa e Libia in materia di migrazione e controllo delle frontiere. Lo afferma Amnesty International in un rapporto.

Il rapporto intitolato 'No one will look for you': Forcibly returned from sea to abusive detention in Libya documenta come, nonostante le ripetute promesse di affrontarle, le ormai decennali violazioni contro rifugiati e migranti siano continuate senza sosta nei centri di detenzione libici durante i primi sei mesi del 2021,

L'indagine ha anche permesso di determinare che da fine 2020 il Dipartimento per il contrasto all'immigrazione illegale (DCIM) della Libia, un dipartimento del ministero dell'Interno, ha legittimato gli abusi integrando alla sua struttura due nuovi centri di detenzione dove centinaia di rifugiati e migranti erano stati fatti sparire forzatamente negli anni precedenti dalle milizie. In un centro recentemente ribattezzato i sopravvissuti hanno detto che le guardie hanno violentato le donne e le hanno sottoposte a violenze sessuali, anche costringendole a fare sesso in cambio di cibo o della libertà.

"Questo rapporto getta nuova luce sulla sofferenza delle persone intercettate in mare e riportate in Libia, paese nel quale vengono immediatamente fagocitate da detenzioni arbitrarie e sistematicamente sottoposte a tortura, violenza sessuale, lavoro forzato e altro sfruttamento nella totale impunità. Nel frattempo, le autorità libiche hanno ricompensato persone ragionevolmente sospettati di aver commesso tali violazioni attribuendo loro posizioni di potere e gradi più alti, il che significa che rischiamo di vedere gli stessi orrori riprodotti ancora e ancora", ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International.

"Il rapporto evidenzia anche la complicità degli stati europei che hanno vergognosamente continuato a sostenere e assistere le guardie costiere libiche nel catturare le persone in mare e riportarle con la forza nell'inferno della detenzione in Libia, pur sapendo perfettamente gli orrori che subiranno".

Amnesty International chiede agli stati europei di sospendere la cooperazione sulla migrazione e il controllo delle frontiere con la Libia. Questa settimana il parlamento italiano discuterà la continuazione della fornitura di supporto militare e risorse alla guardia costiera libica.

Il rapporto dettaglia le esperienze di 53 rifugiati e migranti precedentemente detenuti in centri nominalmente sotto il controllo del DCIM, 49 dei quali sono stati detenuti direttamente dopo la loro intercettazione in mare.

Le autorità libiche hanno giurato di chiudere i centri del DCIM, che hanno una storia segnata da gravi abusi, ma in realtà simili modelli di violazione sono stati riprodotti nei centri appena aperti o riaperti. A dimostrazione di quanto sia radicata l'impunità, siti informali di prigionia originariamente gestiti da milizie non affiliate al DCIM sono stati legittimati e integrati nel DCIM. Nel 2020, centinaia di persone

sbarcate in Libia erano state fatte sparire con la forza in un sito informale, poi controllato da una milizia. Da allora, le autorità libiche hanno integrato questo sito nel DCIM, denominandolo Tripoli Gathering and Return Centre (anche noto come Al-Mabani), attribuendo posti di lavoro all'ex direttore e ad altro personale del centro DCIM di Tajoura, ora chiuso. La chiusura del cento di Tajoura, che era noto per la tortura e altri maltrattamenti, è stata ordinata nell'agosto 2019, un mese dopo gli attacchi aerei che hanno ucciso almeno 53 detenuti.

Abusi continui nei centri di detenzione libici

Nella prima metà del 2021, più di 7’000 persone intercettate in mare sono state riportate con la forza ad Al-Mabani. I detenuti hanno raccontato ad Amnesty International di aver subito torture e altri maltrattamenti, condizioni di detenzione crudeli e disumane, estorsione e lavori forzati. Alcuni hanno anche riferito di essere stati sottoposti a perquisizioni invasive, umilianti e violente.

Il centro Shara' al-Zawiya di Tripoli è una struttura che in precedenza era gestita da milizie non affiliate che è stata recentemente integrata sotto il DCIM e designata per persone in situazioni vulnerabili. Gli ex detenuti hanno detto che le guardie hanno violentato le donne e alcune sono state costrette a fare sesso in cambio del loro rilascio o di beni essenziali come l'acqua pulita. "Grace" ha detto di essere stata pesantemente picchiata per essersi rifiutata di soddisfare una tale richiesta: "Ho detto [alla guardia] di no. Ha usato una pistola per buttarmi indietro. Ha usato una scarpa di cuoio da soldato ... per [darmi un calcio] dalla vita".

Due giovani donne della struttura hanno tentato il suicidio in seguito a tali abusi.

Tre donne hanno anche detto che due bambini, detenuti con le loro madri dopo un tentativo di traversata in mare, sono morti all'inizio del 2021 dopo che le guardie si sono rifiutate di trasferirli in ospedale per un trattamento medico urgente.

Il rapporto di Amnesty International documenta modelli simili di violazioni dei diritti umani, tra cui gravi percosse, violenza sessuale, estorsione, lavoro forzato e condizioni disumane in sette centri DCIM in Libia. Nel centro di Abu Issa, nella città di al-Zawiya, i detenuti hanno riferito di essere stati privati di cibo nutriente fino a morire di fame.

Ad Al-Mabani e in altri due centri DCIM, Amnesty International ha documentato l'uso illegale della forza letale quando guardie e altri uomini armati hanno sparato ai detenuti, causando morti e feriti.

"L'intera rete dei centri di detenzione per migranti libici è marcia fino al midollo e deve essere smantellata. Le autorità libiche devono chiudere immediatamente tutte le strutture di detenzione per migranti e smettere di detenere rifugiati e migranti", ha detto Diana Eltahawy.

Le missioni di "salvataggio" libiche mettono in pericolo delle vite

Tra gennaio e giugno 2021, la guardia costiera libica, sostenuta dall'Ue, ha intercettato circa 15’000 persone in mare e le ha riportate in Libia - più che in tutto il 2020 - durante quelle che sono definite missioni di "salvataggio".

Le persone intervistate da Amnesty International hanno costantemente descritto la condotta della guardia costiera libica come negligente e autrice di abusi. I sopravvissuti hanno descritto come i guardacoste libici abbiano deliberatamente danneggiato le loro imbarcazioni, in alcuni casi facendole capovolgere, portando rifugiati e migranti ad annegare in almeno due occasioni. Un testimone oculare ha detto che dopo aver fatto capovolgere un gommone, i guardiacoste hanno filmato l'incidente con i loro telefoni invece di soccorrere tutti i sopravvissuti. Oltre 700 rifugiati e migranti sono annegati lungo la rotta del Mediterraneo centrale nei primi sei mesi del 2021.

Rifugiati e migranti hanno raccontato ad Amnesty International che mentre tentavano le traversate in mare, vedevano spesso aerei sopra la testa o navi vicine che non offrivano loro assistenza prima dell'arrivo delle guardie costiere libiche.

Frontex, l'agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ha effettuato una sorveglianza aerea sul Mediterraneo per identificare le imbarcazioni di rifugiati e migranti in mare e ha operato un drone su questa rotta da maggio 2021. Le marine europee hanno in gran parte abbandonato il Mediterraneo centrale per evitare di dover soccorrere barche di rifugiati e migranti in difficoltà.

L'Italia e altri stati membri dell'UE hanno anche continuato a concedere assistenza materiale, compresi i motoscafi, alla guardia costiera libica e stanno lavorando per istituire un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, in gran parte finanziato dal Fondo fiduciario dell'UE per l'Africa.

"Nonostante le prove schiaccianti del comportamento sconsiderato, negligente e illegale della guardia costiera libica in mare e le violazioni sistematiche nei centri di detenzione dopo lo sbarco, i partner europei hanno continuato a sostenere la guardia costiera libica per riportare forzatamente le persone proprio negli abusi da cui sono fuggite in Libia", ha detto Diana Eltahawy.

 

"È ormai tempo che gli stati europei riconoscano le conseguenze indifendibili delle loro azioni. Devono sospendere la cooperazione sulla migrazione e il controllo delle frontiere con la Libia e invece aprire urgentemente percorsi di sicurezza per le migliaia di persone bisognose di protezione attualmente intrappolate lì".

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