In un nuovo rapporto, l’organizzazione descrive nel dettaglio come le autorità israeliane stiano accelerando l’annessione attraverso una campagna di pulizia etnica guidata dallo Stato. Questa prende di mira le comunità beduine e pastorali palestinesi nell’Area C della Cisgiordania occupata, commettendo al contempo il crimine contro l’umanità del trasferimento forzato.
Il rapporto, “Erasing anything Palestinian: Israel's ethnic cleansing of West Bank Bedouin and herding communities”, denuncia come il governo israeliano abbia fatto dell’annessione formale un obiettivo politico esplicito. Esso sta attuando l’agenda nazionalista-religiosa del movimento dei coloni. Il governo attuale ha accelerato l’espansione degli insediamenti e l’appropriazione di terre, ha aumentato il sostegno finanziario e logistico agli insediamenti e ha armato i coloni. Questo ha permesso ai coloni di condurre, con l’autorizzazione dello Stato, una brutale campagna di violenza e di trasferimento forzato dei palestinesi dall’Area C. Quest’area costituisce oltre il 60% della Cisgiordania occupata ed è stata a lungo centrale negli sforzi di Israele per controllare il territorio e la demografia, date le sue risorse naturali, i pascoli e i terreni agricoli vitali e la popolazione palestinese relativamente esigua.
«È un’annessione consapevole e guidata dallo Stato, in totale violazione del diritto internazionale. Tutto questo si sta svolgendo sotto gli occhi del mondo intero»
Segretaria generale di Amnesty International.
“Negli ultimi tre anni e mezzo, in Cisgiordania le autorità israeliane hanno accelerato una campagna di pulizia etnica sponsorizzata dallo Stato sradicando, espropriando e trasferendo con la forza le comunità palestinesi. Non si tratta dell’opera di singoli individui senza scrupoli o di coloro che la comunità internazionale ha ripetutamente definito come coloni, organizzazioni o uno o due ministri estremisti. Quello a cui stiamo assistendo è un’annessione consapevole e guidata dallo Stato, in totale violazione del diritto internazionale. Tutto questo si sta svolgendo sotto gli occhi del mondo intero», ha dichiarato Agnès Callamard, Segretaria generale di Amnesty International.
“Il nostro rapporto dimostra che questi abusi non sono il risultato dell’agire di poche ‘mele marce’. La violenza dei coloni è una componente fondamentale di una campagna di pulizia etnica autorizzata dallo Stato, centrale per il mantenimento del sistema di apartheid israeliano”.
Le ricerche di Amnesty International dimostrano che le persone palestinesi vengono cancellate con la forza dalle loro terre ancestrali, private dei loro mezzi di sussistenza e costrette ad abbandonare le proprie case con la violenza. Questo nel contesto di un aumento senza precedenti degli attacchi da parte dei coloni, apertamente tollerati e attivamente facilitati da un governo israeliano che si vanta della propria intenzione di annettere formalmente vaste aree di territorio palestinese.
Le comunità della Valle del Giordano e delle colline a sud di Hebron, minacciate di deportazione, continuano a resistere, determinate a rimanere sulla terra che abitano da generazioni. Amnesty International chiede alla comunità internazionale di agire con urgenza per proteggerle.
Eppure, nonostante l’obbligo per gli Stati di intervenire per porre fine all’occupazione illegale e al sistema di apartheid di Israele sia chiaramente sancito nel diritto, la comunità internazionale ha ripetutamente omesso di agire.
“La comunità internazionale si è dimostrata complice o fin troppo passiva di fronte alle ripetute e gravi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e al suo disprezzo delle risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Essa deve segnalare chiaramente che l’era del tacito consenso alla pulizia etnica e all’annessione da parte di Israele è finita”, ha affermato Agnès Callamard.
Secondo l’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), almeno 117 comunità palestinesi, prevalentemente beduine e dedite alla pastorizia, sono state oggetto di trasferimento totale o parziale tra gennaio 2023 e aprile 2026. Secondo i dati delle Nazioni Unite, a fine di aprile 2026 almeno 5 910 persone erano state trasferite con la forza.
Tutto questo è avvenuto in un contesto di aumento senza precedenti degli atti di violenza da parte dei coloni sostenuti dallo Stato. Secondo l’ONG Peace Now, a fine aprile 2026 i coloni israeliani avevano istituito 363 avamposti nella Cisgiordania occupata. Di questi, ben 212 sono stati creati dal 2023, con le autorità israeliane che li incoraggiano attivamente e non intraprendono quasi nessuna azione per smantellarli, nonostante siano illegali ai sensi del diritto israeliano e internazionale. Decine di questi avamposti sono dedicati alla pastorizia e vengono utilizzati dai coloni per appropriarsi di vaste aree di terra palestinese attraverso il pascolo. Questo si aggiunge alle espropriazioni di terra da parte del governo israeliano. Quasi il 58% della terra nell’Area C non è censita e, a febbraio 2026, le autorità israeliane avevano già sequestrato metà di questa terra attraverso dichiarazioni di proprietà statale.
“Per i leader mondiali che hanno inquadrato l’annessione e la violenza dei coloni come atti isolati di coloni o ministri ‘estremisti’ e hanno imposto sanzioni limitate contro alcuni individui o organizzazioni, il rapporto di Amnesty deve essere un campanello d’allarme: queste misure limitate sono tristemente insufficienti per affrontare la campagna statale di pulizia etnica e le violazioni sistematiche che stanno aumentando rapidamente sotto gli occhi della comunità internazionale”, ha affermato Agnès Callamard.
“Ai leader mondiali che ripetono di opporsi all’annessione ma non fanno nulla di concreto per fermarla diciamo: la vostra inazione alimenta direttamente i crimini contro l’umanità e ha conseguenze globali che contribuiscono all’ulteriore erosione dell’ordine internazionale basato sulle regole.”
"Gli Stati, in particolare quelli che hanno influenza su Israele - tra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, nonché l’Italia e altri Stati dell’UE e arabi - devono immediatamente vietare ogni forma di commercio, investimento e qualsiasi forma di cooperazione o assistenza finanziaria che contribuisca all’occupazione illegale di Israele, al sistema di apartheid e alla pulizia etnica nei confronti della popolazione palestinese.”
“Inoltre, tutti gli Stati devono imporre sanzioni mirate, tra cui divieti di viaggio e congelamento dei beni, contro i funzionari israeliani direttamente implicati in questi atti, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, il ministro per gli Insediamenti e le Missioni nazionali Orit Strock e il ministro della Difesa Israel Katz.”
Amnesty International ha condotto una ricerca su 27 comunità beduine e di pastori nell’Area C che sono state sfollate con la forza tra il 2023 e il 2025 o sono a rischio di sfollamento.
Il team di ricerca ha intervistato 45 persone palestinesi provenienti da 12 comunità che sono state sfollate o sono a rischio di sfollamento, oltre a 19 avvocati, attivisti che hanno assistito a episodi di violenza da parte dei coloni, giornalisti e rappresentanti di ONG israeliane e palestinesi.
L'organizzazione ha inoltre verificato più di 420 video e immagini e ha condotto un'analisi di dichiarazioni ufficiali del governo, accordi, legislazione, cambiamenti di governance, atti giudiziari, mappe, immagini satellitari, rapporti delle Nazioni Unite e della società civile e altro materiale di dominio pubblico.
Il 13 maggio, l'organizzazione ha condiviso i risultati delle proprie ricerche con le autorità israeliane. Nella propria risposta del 23 maggio, il Ministero della Difesa ha affermato che le sue forze intervengono in caso di episodi di violenza da parte dei coloni, arrestando i sospetti, se necessario, e indagando sui casi in cui le forze potrebbero non aver rispettato gli ordini o non essere intervenute per fermare la violenza dei coloni. Le prove documentate da Amnesty International presentano una realtà diversa.
Prove dell’intenzione di Israele di compiere una pulizia etnica e annettere l’Area C
Sin dall’occupazione del 1967, i governi israeliani che si sono succeduti hanno perseguito – con vari gradi di intensità e trasparenza – politiche di giudaizzazione volte a massimizzare il controllo ebraico sul territorio della Cisgiordania, riducendo al minimo la presenza della popolazione palestinese.
Il 37° governo israeliano, formato alla fine del 2022 e guidato dal partito Likud di Benjamin Netanyahu in coalizione con i partiti Potere Ebraico di Itamar Ben-Gvir e Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich, ha perseguito apertamente e intenzionalmente l'annessione formale dell'Area C e il trasferimento forzato dei suoi residenti palestinesi.
Gli accordi di coalizione del governo integrano le priorità dei coloni nella politica di Stato e ne legittimano la visione di un “Grande Israele” – un’ideologia che considera l’intero Territorio palestinese occupato (TPO) come parte integrante di Israele. Questo è avvenuto sfidando apertamente numerose risoluzioni dell’ONU e il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2024, che dichiara illegale l’occupazione israeliana del territorio palestinese.
L’intenzione di allontanare la popolazione palestinese dall’Area C della Cisgiordania e di annettere il territorio è dimostrata dalle esplicite richieste da parte di funzionari israeliani di espandere gli insediamenti, dall’estensione della sovranità israeliana sul territorio occupato, dalle misure volte a ridurre al minimo la presenza palestinese nell’Area C e dal sostegno pubblico ai coloni da parte di ministri chiave del governo – alcuni dei quali sono essi stessi coloni. È inoltre dimostrata dalla legislazione orientata all’annessione e dalle misure che, in Cisgiordania, trasferiscono i poteri dalle autorità militari a quelle civili, in violazione del diritto internazionale umanitario.
L’intenzione dello Stato si riflette inoltre in un’impennata delle dichiarazioni di proprietà statale, nelle procedure semplificate per l’approvazione degli insediamenti, nell’accelerazione dell’espansione degli insediamenti, nella legalizzazione retroattiva degli avamposti e nell’aumento del sostegno finanziario e politico alle infrastrutture dei coloni, insieme alla demolizione di proprietà palestinesi e alle restrizioni sistematiche alla libertà di movimento delle persone palestinesi e al loro accesso alla terra e all’acqua.
Nei primi tre anni di governo, il bilancio annuale del Ministero degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali è cresciuto del 122%, raggiungendo 764 milioni di NIS (254,5 milioni di USD) entro il 2026. Secondo Peace Now, tra il 2023 e il 2025 il governo ha portato avanti piani per la costruzione di 50 785 unità abitative negli insediamenti. Solo nel 2025, il Consiglio Superiore di Pianificazione ha approvato 27 941 unità, la cifra annuale più alta mai registrata.
Il numero totale di nuovi insediamenti dichiarati dal governo aveva raggiunto quota 102 al 30 aprile 2026. Si tratta di gran lunga del maggior numero di nuovi insediamenti autorizzati da un singolo governo nella storia di Israele. Parallelamente, secondo l’OCHA, tra gennaio 2023 e aprile 2026 le autorità israeliane hanno demolito 3 407 abitazioni e strutture palestinesi nell’Area C, causando lo sfollamento di 2 996 persone palestinesi.
Nel frattempo, i coloni, spesso con il sostegno diretto dello Stato o la partecipazione diretta dell’esercito israeliano, hanno sottoposto le comunità beduine e pastorali palestinesi a una serie di misure coercitive e repressive, lasciando a molti nessun’altra scelta se non quella di abbandonare le terre in cui hanno vissuto e pascolato per generazioni. Queste persone sono state sottoposte a una violenza costante da parte dei coloni, sostenuta dallo Stato, che, unita all’aumento delle demolizioni e alla negazione di lunga data dei servizi di base da parte delle autorità israeliane, rende di fatto le loro zone inabitabili.
Nel loro insieme, queste misure coercitive interconnesse rivelano una strategia statale deliberata e coordinata per espandere il controllo israeliano sull’Area C, favorendo al contempo lo sfollamento delle comunità palestinesi.
Un caso emblematico è quello di Khirbet Zanuta (Zanuta), un villaggio nell'Area C della Cisgiordania, dove vivono circa 250 beduini palestinesi che vi risiedono da generazioni. Nel 2021, a solo 1 km da Zanuta, un gruppo di coloni ha istituito un avamposto illegale noto come Meitarim Farm, dando il via a una prolungata campagna di vessazioni, minacce e attacchi violenti contro la comunità palestinese, compreso il blocco dell’accesso ai terreni agricoli e alle aree di pascolo, costringendo infine i residenti ad abbandonare le loro case e i loro mezzi di sussistenza. L’intera comunità è stata sfollata a seguito di una serie di violente incursioni dei coloni che si sono intensificate dopo il 7 ottobre 2023. Il villaggio, circondato da insediamenti e avamposti, era da tempo oggetto di ordini di demolizione e politiche urbanistiche restrittive che rendevano quasi impossibile qualsiasi costruzione legale.
Nonostante due sentenze emesse dalla Corte Suprema israeliana nel luglio 2024 e nel febbraio 2025 che ordinavano alle autorità di facilitare il ritorno dei residenti e di proteggerli dalla violenza dei coloni, i residenti non hanno potuto fare ritorno a causa dei continui attacchi dei coloni e della distruzione delle infrastrutture chiave. Adel al-Till, un ex residente di Zanuta, ha dichiarato: “I coloni erano armati e continuavano ad attaccarci… Avevamo paura, era il terrore.”
Le immagini satellitari, le interviste e le prove video rivelano che oggi Zanuta non esiste più; è stata ampiamente distrutta e totalmente spopolata.
Aumento esponenziale della violenza dei coloni sostenuta dallo Stato
La prolungata campagna di violenza dei coloni contro i palestinesi in Cisgiordania ha conosciuto una forte escalation sotto l’attuale governo israeliano, con livelli record di uccisioni e feriti, sfollamenti, distruzione di proprietà e appropriazione illegale di terreni. I coloni israeliani hanno adottato tattiche sempre più aggressive per sfollare con la forza le comunità palestinesi attraverso attacchi a case e proprietà; continue vessazioni, minacce e aggressioni fisiche; e attacchi sistematici ai mezzi di sussistenza limitando l’accesso ai pascoli e alle fonti d’acqua, rubando o uccidendo il bestiame e distruggendo campi agricoli e raccolti. Secondo l’OCHA, tra il 2020 e il 2024 si è registrato un aumento di quasi sette volte degli attacchi da parte dei coloni contro le comunità beduine e pastorali palestinesi, con conseguenti vittime.
Video e immagini verificati da Amnesty International mostrano effrazioni, incendi dolosi e atti di vandalismo contro abitazioni, scuole, veicoli e beni agricoli, oltre alla distruzione di fonti d’acqua, pannelli solari e scorte alimentari. Le persone intervistate hanno anche segnalato violenze fisiche diffuse, tra cui percosse con bastoni e calci di fucile, lanci di pietre, accoltellamenti e altri attacchi.
Nonostante gli obblighi di Israele, quale potenza occupante, di proteggere la vita e i mezzi di sussistenza della popolazione occupata e di prevenire e indagare sulla violenza perpetrata dai coloni, le autorità israeliane facilitano attivamente tali attacchi non solo armando i coloni e consentendo all’esercito e alla polizia di sostenere o partecipare agli attacchi contro i palestinesi, ma anche garantendo un’impunità quasi totale ai responsabili.
Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 guidati da Hamas, le autorità israeliane hanno allentato i criteri per il rilascio delle licenze di porto d’armi private, fornendo a migliaia di coloni armi da fuoco e uniformi, rendendo difficile per la popolazione palestinese distinguere tra soldati e coloni. A gennaio 2026, più di 240 000 cittadini israeliani avevano ricevuto licenze per armi da fuoco – un aumento di 15 volte rispetto alla media annuale di 8000 licenze del periodo precedente al cambiamento di politica. Queste politiche hanno portato a un forte aumento degli attacchi armati dei coloni.
Il rapporto di Amnesty documenta come la violenza dei coloni israeliani sia stata utilizzata come strumento volontario di sfollamento forzato in tre casi emblematici nell’Area C: Zanuta nelle colline a sud di Hebron, Ein Samia nella Valle del Giordano centrale – entrambe completamente sfollate nel 2023 – e un gruppo di piccole comunità nella Valle del Giordano settentrionale – Ein al-Hilweh, Makhoul e Al-Farisiya – che rimangono a rischio concreto di sfollamento.
Nella Valle del Giordano settentrionale, almeno 38 comunità – che ospitano circa 7 000 palestinesi – sono minacciate dallo sfollamento. Quasi il 90% dell’area è designato come terreno demaniale, poligono militare, riserva naturale o sito archeologico – tutti strumenti che Israele utilizza per limitare l’accesso delle persone palestinesi ai pascoli e alle fonti d’acqua, per costringerla ad andarsene.
Najiyyah Bisharat, della comunità di pastori di Makhoul, ha dichiarato: “Subiamo continue vessazioni da parte dei coloni, ma non ci arrenderemo. È una questione di amore per la nostra terra e per il nostro lavoro. La terra è la nostra identità, e se veniamo costretti ad abbandonarla, moriremo. Proprio come i pesci se vengono tirati fuori dall’acqua.”
"La terra è la nostra identità, e se veniamo costretti ad abbandonarla, moriremo. Proprio come i pesci se vengono tirati fuori dall’acqua.”
Pastore di Makhoul
Impunità diffusa
Non solo non impedendo, ma anche facilitando attivamente la violenza da parte dei coloni, anche attraverso la costante mancata assunzione di responsabilità da parte di chi ha compiuto questi atti, le autorità israeliane hanno volutamente creato un clima di impunità diffusa che alimenta la violenza da parte dei coloni. In diversi casi documentati da Amnesty, le persone palestinesi che hanno denunciato la violenza dei coloni sono state a loro volta interrogate, multate o arrestate arbitrariamente dalle autorità israeliane, che secondo il diritto internazionale hanno l’obbligo di proteggerle.
I coloni e le loro organizzazioni sono ulteriormente incoraggiati dall’impunità di cui godono da decenni. Anche nei casi in cui singoli coloni o gruppi sono stati sanzionati da Stati stranieri, in Israele hanno subito conseguenze minime o nulle.
Ad esempio, Yinon Levi, un colono coinvolto in una serie di attacchi violenti documentati contro comunità palestinesi. Il 28 luglio 2025 l’uomo, già oggetto di sanzioni da parte di Regno Unito e UE, è stato ripreso mentre uccideva a colpi d’arma da fuoco Awda al-Hathaleen, difensore dei diritti umani e insegnante palestinese disarmato, a Umm al-Khair. Pur essendo stato arrestato brevemente con l’accusa di “omicidio colposo”, Levi è stato rilasciato il giorno successivo e posto agli arresti domiciliari per soli tre giorni. In seguito, è stato libero di tornare a molestare le persone palestinesi e a lavorare alla creazione di un nuovo avamposto sui terreni di Umm al-Khair. A quasi un anno dall’attacco, Yinon Levi non è ancora stato incriminato.
“Senza che venga fatta giustizia, le comunità palestinesi in tutta la Cisgiordania scompariranno sotto i nostri occhi. Per troppo tempo il mondo ha ignorato l’immensa, inimmaginabile sofferenza delle persone palestinesi sradicate e cancellate dalla terra che abitano da generazioni. Gli Stati devono fare tutto ciò che è in loro potere per porre fine alla campagna di pulizia etnica e annessione condotta da Israele nell’Area C della Cisgiordania. Devono esercitare pressioni sulle autorità israeliane affinché smantellino immediatamente tutti gli insediamenti e gli avamposti israeliani e consentano a tutte le persone palestinesi sfollate di tornare alle loro case”, ha affermato Agnès Callamard.
“Tutti gli Stati devono sostenere e cooperare con l’indagine della Corte penale internazionale sulla situazione nello Stato di Palestina, nonché avviare le proprie indagini sui crimini di diritto internazionale commessi nel Territorio palestinese occupato. Il messaggio a Israele deve essere inequivocabile: la sua impunità di lunga data è finita, non può esserci "business as usual" finché non cesseranno l’apartheid, la pulizia etnica e l’occupazione illegale da parte di Israele.”
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