© Getty Images/EyeEm
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Diritto di manifestare Nuova campagna globale per fronteggiare la minaccia mondiale al diritto di manifestare

Comunicato stampa, 19 luglio 2022, Londra/Lugano – Contatto media
Il diritto di manifestare è minacciato in modo crescente e senza precedenti in tutte le regioni del mondo. È quanto ha dichiarato oggi Amnesty International nel lanciare una nuova campagna globale per combattere gli sforzi intrapresi dagli Stati per erodere questo diritto umano fondamentale.

Dalla Russia allo Sri Lanka, dalla Francia al Senegal, dall'Iran al Nicaragua, le autorità statali stanno attuando una serie crescente di misure per reprimere il dissenso organizzato. I manifestanti in tutto il mondo stanno affrontando un potente mix di respingimenti, con un numero crescente di leggi e altre misure volte a limitare il diritto di manifestare; l'uso improprio della forza, l'espansione della sorveglianza illegale di massa e mirata; la chiusura di Internet e la censura online; l'abuso e la stigmatizzazione. Nel frattempo, i gruppi emarginati e discriminati sono confrontati a ulteriori ostacoli.

La campagna di Amnesty International "Protect the Protest" contesterà gli attacchi contro le manifestazioni pacifiche, sarà al fianco delle persone prese di mira e sosterrà le cause dei movimenti sociali che chiedono cambiamenti relativi ai diritti umani.

Anche in Svizzera ci sono rivendicazioni relative al diritto di manifestare pacificamente. Nell’ambito della campagna Amnesty Svizzera prevede quindi di analizzare le basi giuridiche e le pratiche in uso rispetto alle manifestazioni in tutto il paese.

"In questi anni abbiamo assistito ad alcune delle più grandi mobilitazioni di protesta degli ultimi decenni. Black Lives Matter, MeToo e i movimenti per il clima hanno ispirato milioni di persone in tutto il mondo a scendere in strada e a esprimersi online per chiedere giustizia razziale e climatica, equità e mezzi di sussistenza, la fine della violenza e della discriminazione di genere. Altrove, le persone si sono mobilitate a migliaia contro la violenza e le uccisioni da parte della polizia, la repressione e l'oppressione da parte dello Stato", ha dichiarato Agnès Callamard, Segretaria generale di Amnesty International. 

"Quasi senza eccezione, questa ondata di proteste di massa è stata accolta da risposte ostruzionistiche, repressive e spesso violente da parte delle autorità. Invece di agevolare il diritto di manifestare, i governi si stanno impegnando sempre di più per reprimerlo. Ecco perché, in qualità di maggiore organizzazione mondiale per i diritti umani, abbiamo scelto questo momento per lanciare questa campagna. È ora di resistere e di ricordare a gran voce a coloro che sono al potere il nostro diritto inalienabile di manifestare, di esprimere le nostre rimostranze e di chiedere un cambiamento in modo libero, collettivo e pubblico".

Legislazioni restrittive, divieti generalizzati e poteri straordinari

Una serie di questioni, tra cui la crisi ambientale, la crescente disuguaglianza e le minacce ai mezzi di sussistenza, il razzismo sistemico e la violenza di genere, hanno reso l'azione collettiva sempre più necessaria. I governi hanno risposto introducendo leggi che impongono restrizioni illegittime al diritto di manifestare. Ad esempio, abbiamo assistito a divieti generalizzati di manifestazioni, come è accaduto in Grecia e a Cipro durante la pandemia di Covid-19. Nel Regno Unito, una nuova legge contiene disposizioni che conferiscono agli agenti di polizia ampi poteri, compresa la possibilità di vietare le 'proteste rumorose', mentre in Senegal nel centro di Dakar le manifestazioni politiche sono state vietate dal 2011, fatto che impedisce di manifestare vicino agli edifici governativi.

Governi di ogni tipo, utilizzano sempre più spesso i poteri di emergenza come pretesto per reprimere il dissenso. Questo si è visto all'apice della pandemia di Covid-19 in Paesi come la Thailandia, mentre da maggio 2021 nella Repubblica Democratica del Congo lo 'stato d'assedio' imposto dal Governo ha conferito ai militari e agli agenti di polizia ampi poteri per limitare le proteste nelle province di Ituri e Nord Kivu.

Demonizzazione dei manifestanti

I governi di tutto il mondo giustificano le restrizioni sostenendo che manifestare costituisce una minaccia per l'ordine pubblico e stigmatizzando i manifestanti; li bollano come "disturbatori", "rivoltosi" o addirittura "terroristi". Ponendo i manifestanti sotto questa luce, le autorità hanno giustificato gli approcci di tolleranza zero: introducendo leggi sulla sicurezza vaghe e drastiche di cui abusano, impiegando una polizia dalla mano pesante e adottando misure di deterrenza preventive. 

Questo approccio è stato osservato a Hong Kong, dove la Legge sulla Sicurezza Nazionale e la sua definizione estesa di "sicurezza nazionale" sono state utilizzate arbitrariamente, tra le altre cose, per limitare le proteste. In India, la legge antiterrorismo Unlawful Prevention (Activities) Act (UAPA) e il reato di "sedizione" sono stati usati ripetutamente contro manifestanti pacifici, giornalisti e difensori dei diritti umani.

Militarizzazione della polizia

Sebbene i Governi si siano a lungo affidati a tattiche aggressive per la gestione delle manifestazioni, negli ultimi anni le forze di sicurezza hanno aumentato l'uso della forza. 

Le cosiddette armi meno letali - tra cui manganelli, spray al peperoncino, gas lacrimogeni, granate stordenti, cannoni ad acqua e proiettili di gomma - sono abitualmente utilizzate in modo improprio dalle forze di sicurezza. Inoltre, dai primi anni 2000, Amnesty International ha documentato una tendenza alla militarizzazione delle risposte statali alle proteste, compreso l'uso di forze armate e di attrezzature militari. In Paesi come il Cile e la Francia, le forze di sicurezza in tenuta antisommossa sono spesso supportate da veicoli blindati, aerei di tipo militare, droni di sorveglianza, pistole e armi d'assalto, granate stordenti e cannoni sonori. 

Durante la rivolta di massa che ha seguito il colpo di Stato del 2021 in Myanmar, i militari hanno usato una forza letale illecita contro i manifestanti pacifici. Secondo gli osservatori, da quando i militari hanno preso il potere più di 2.000 persone sono state uccise e più di 13.000 arrestate.

Disuguaglianza e discriminazione

Le persone che subiscono disuguaglianze e discriminazioni - in base alla razza, al sesso, all'orientamento sessuale, all'identità di genere, alla religione, all'età, alla disabilità, all'occupazione, allo status sociale, economico o migratorio - sono anche più colpite dalle limitazioni al loro diritto di protestare e subiscono una repressione più dura.  

Ad esempio, le donne, le persone LGBTI e quelle che hanno un'identità di genere non allineata sono confrontate con diversi tipi di violenza di genere, emarginazione, norme sociali e legislazione.  In Paesi come il Sudan, la Colombia e la Bielorussia, le donne sono state aggredite sessualmente per aver partecipato alle proteste mentre in Turchia, ad esempio, per anni le marce del Pride sono state vietate. 

"La nostra campagna arriva in un momento cruciale. Il prezioso diritto di manifestare viene eroso a un ritmo spaventoso e dobbiamo fare tutto il possibile per reagire", ha dichiarato Agnès Callamard, "Negli ultimi anni sono stati uccisi moltissimi manifestanti, ed è anche per loro che ora dobbiamo alzare la voce e difendere il nostro diritto di dire la verità al potere attraverso le proteste per strada e online".

Contesto

Il briefing, Protect the Protest! Why we must save our right to protest, è disponibile qui.

Il diritto internazionale sui diritti umani protegge il diritto di manifestare attraverso una serie di disposizioni separate contenute in vari trattati internazionali e regionali che, nel loro insieme, forniscono al contesto delle manifestazioni una protezione completa. Anche se il diritto di manifestare non è codificato come un diritto separato nei trattati sui diritti umani, quando le persone si impegnano nelle manifestazioni, sia individualmente che collettivamente, esercitano una varietà di diritti, che possono includere i diritti alla libertà di espressione e di riunione pacifica.

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