I raccoglitori di arance non possono mancare nemmeno un giorno di lavoro perché rischiano di rimanere senza salario, ha raccontato questo operaio incontrato dal giornalista Adrià Budry Carbó. Nonostante la pandemia di Covid-19 che ha duramente colpito il Brasile, il business non si è fermato. ©Marcos Weiske per Public Eye
I raccoglitori di arance non possono mancare nemmeno un giorno di lavoro perché rischiano di rimanere senza salario, ha raccontato questo operaio incontrato dal giornalista Adrià Budry Carbó. Nonostante la pandemia di Covid-19 che ha duramente colpito il Brasile, il business non si è fermato. ©Marcos Weiske per Public Eye

Dossier Iniziativa per multinazionali responsabili Mancanza di trasparenza

Articolo pubblicato nella rivista AMNESTY n°102, agosto 2020
La Svizzera, Piazza centrale del commercio internazionale di materie prime, non dispone di una legislazione specifica in questo ambito. Una situazione che favorisce le violazioni dei diritti umani e la distruzione ambientale in paesi lontani da noi. Adrià Budry Carbó, investigatore in ambito di materie prime per Public Eye, fa il punto della situazione. Intervista di Émilie Mathys.

Puoi scaricare qui tutto il dossier in italiano su PDF: https://bit.ly/3kycNb1

> AMNESTY: La Svizzera è al primo posto nel commercio di materie prime[1]. Come può un paese così povero in risorse naturali essere diventato la pedina essenziale in un commercio così particolare?

< Adrià Budry Carbó: In effetti, nel corso degli anni la Svizzera è diventata un luogo centrale nel commercio di petrolio greggio, oro, cereali, caffè e zucchero. Senza tenere conto di Glencore, la più importante azienda privata specializzata nell’estrazione di cobalto, la cui sede si trova a Zugo.

Questa posizione dominante è spiegata dalla congiunzione di diversi fattori. Dopo la nazionalizzazione del canale di Suez da parte di Nasser nel 1956, numerosi ebrei di Egitto sono stati espulsi dal paese. Tra questi c’erano anche importanti coltivatori di cotone che sono venuti a vivere nella regione del Lemano intenzionati a proseguire la propria attività. Poco a poco si è creato un piccolo centro di attività, che si è rafforzato anche grazie alla presenza a Ginevra della sede di molte grandi aziende. L’arrivo di queste imprese è stato facilitato anche da argomenti fiscali, poiché beneficiavano di uno statuto speciale tramite un’imposizione alleggerita. Gli altri elementi decisivi sono stati: la presenza di una piazza finanziaria forte a Ginevra e a Zurigo composta da banche pronte a finanziare e a prendersi dei rischi con questi nuovi arrivati nel commercio delle materie prime e l’assenza totale in Svizzera di una regolamentazione specifica per questo genere di commercio (non è il caso in altre piazze finanziarie). La Confederazione ha sempre adottato una posizione molto attendista dal punto di vista delle regolamentazioni, con argomenti quali il timore che le aziende lascino la Svizzera per paesi con legislazioni meno attente qualora ci fosse un inasprimento dei controlli.

> L’opacità di questo genere di commercio viene regolarmente denunciata. Come si manifesta concretamente?

< Anche se con sede in Svizzera, queste multinazionali operano in diversi paesi. È quindi molto complicato portarle in giudizio. Alcuni traders gestiscono decine di strutture diverse con dei punti di contatto a Amsterdam, Singapore, per non parlare delle società fittizie con sede nelle Isole Vergini… Non dovendo rendere conto quasi a nessuno, alcune aziende ne approfittano per fare affari con partner non sempre ineccepibili. Nonostante delle timide misure per garantire una maggiore trasparenza, la sempre crescente complessità delle strutture e delle entità giudiziarie dei paesi rendono difficile il lavoro di indagine. Dipendiamo molto dai whistleblower (persone che rendono pubbliche informazioni segretate ritenute di interesse pubblico) interni. Ed è chiaro che questa opacità favorisce le pratiche abusive.

> Come la Svizzera trae profitto da questa situazione?

< Le prime a beneficiare di questa opacità sono le multinazionali stesse. Ma il rischio per la reputazione della Svizzera è troppo importante, basti pensare all’esempio del segreto bancario, sul quale si è legiferato solo sotto la pressione internazionale. Seppur riconoscendo il problema, il Consiglio federale continua a dare fiducia alla sorveglianza fatta dalle banche stesse. Queste ultime però non sono assolutamente tenute a interessarsi a coloro che sono in relazioni d’affari con i trader, alla destinazione finale dei loro soldi.

Agli occhi del governo questo è sufficiente: non ha bisogno di una legge sulle materie prime o di un’autorità di sorveglianza specifica, sul modello della FINMA. Quest’ultima dispone di mezzi limitati e si concentra già sulla gestione di fondi. Ciononostante, rapporto dopo rapporto, scandalo dopo scandalo, vediamo come la Svizzera non faccia abbastanza.

> Un rapporto del Consiglio federale del 2018 sottolinea che «le violazioni dei diritti umani sono particolarmente frequenti nell’ambito delle attività legate allo sfruttamento delle materie prime». In febbraio ha indagato sulle condizioni di lavoro dei raccoglitori di arance in Brasile. Cosa ha potuto osservare?

< La Louis Dreyfus Company, una delle tre più grandi società produttrici di succo d’arancia, ha sede a Ginevra. Il Brasile, dal canto suo, fornisce la metà del succo d’arancia consumato nel mondo. Sapevamo che il diritto del lavoro era stato indebolito dai governi brasiliani che si sono succeduti in anni recenti. Per definizione quello del raccoglitore di arance è un lavoro precario. Avvicinare i lavoratori è complicato poiché ogni metro degli aranceti è recintato. Durante le due settimane di indagine che abbiamo condotto, abbiamo potuto osservare diversi casi di lavoro in nero, il mancato rispetto del salario minimo da parte del fornitore, alloggi precari e salari basati sulla produttività…. Violazioni del diritto a un salario e del diritto a delle condizioni di lavoro dignitose. Con la diffusione del Coronavirus il prezzo delle arance è aumentato sul mercato finanziario, ma non il salario dei raccoglitori, che per di più sono costretti a lavorare in piena pandemia.

> L’Iniziativa per multinazionali responsabili riguarderebbe le aziende che operano nel commercio di materie prime o queste ne sarebbero parzialmente risparmiate?

< Si, i mercanti devono essere ritenuti responsabili delle materie prime che acquistano. Inoltre, molti di loro sono spesso più che dei semplici commercianti, poiché sono direttamente legati alle attività di produzione o di estrazione. Tuttavia, questa Iniziativa non significa la porta aperta a qualsiasi denuncia. Risponde al bisogno di disporre di procedure legali in caso di violazioni dei diritti umani o di danni ambientali da parte delle aziende, come già avviene nel caso della corruzione.

Il caso Glencore è incoraggiante: in seguito a una denuncia di Public Eye nel 2017, il Ministero pubblico della Confederazione ha recentemente aperto una procedura penale per “difetto di organizzazione” riguardo ai sospetti di corruzione nella Repubblica democratica del Congo, dove la multinazionale sfrutta miniere di rame e di cobalto. È fondamentale che delle possibili violazioni possano trovare una corrispondenza giuridica affinché i trader di materie prime siano chiamati a rendere conto delle proprie attività all’estero e delle proprie responsabilità.

> Esiste una guida che promuove l’applicazione dei Principi guida dell’ONU in materia di imprese e diritti umani destinata ai membri e alle società del settore delle materie prime. Generare il massimo dei profitti rispettando i diritti umani e ambientali sembra essere poco conciliabile…

< Secondo me è possibile avere delle aziende competitive che rispettano i diritti umani e l’ambiente, e adottano delle buone pratiche per evitare la corruzione e il riciclaggio di danaro. Ciononostante, creare delle linee guida senza un meccanismo di controllo per garantire che siano applicate è solo un’operazione di comunicazione. Ancora una volta l’approccio volontaristico rivela i propri limiti.

> Come garantire che la popolazione locale benefici direttamente delle ricadute economiche dell’estrazione delle materie prime sul proprio territorio?

< La problematica principale è la criminalità dei colletti bianchi. Quando si indaga su casi di corruzione si incappa rapidamente in violazioni dei diritti umani. Bisogna trovare il modo di mettere fine a quella che viene chiamata la “maledizione delle risorse”, il fatto cioè che le popolazioni dei paesi ricchi di materie prime non riescano a trarre beneficio dall’estrazione e dalla vendita di queste. Un cambiamento realizzabile mettendo in funzione una serie di strutture o di procedure giuridiche, come per esempio la trasparenza dei pagamenti tra le due parti. In questo caso il commerciante pubblica la cifra versata per acquistare le materie prime e, dall’altro lato, la compagnia di Stato rappresentata dal governo pubblica la somma incassata. Si tratta di dare gli strumenti utili alla società civile affinché possa chiedere al governo di rendere conto. In determinati paesi, dove questa trasparenza è stata instaurata per il caso dell’estrazione di materie prime, come la Nigeria, è nato il dibattito sul buon impiego delle risorse. Ma poiché i paesi produttori di petrolio non partecipano a questo meccanismo, e lo Stato e il trader devono comunque cooperare, le cose rimangono complicate.

< Il Coronavirus ha rappresentato uno choc storico per le materie prime, come dimostra il forte calo del prezzo dell’energia e dei metalli. Che dire del rischio di una crisi alimentare?

> Il rischio è alto. Degli studi mostrano che il numero di persone che soffrono la fame potrebbe raddoppiare. Su 800 milioni di persone a basso reddito, l’80% dipende dall’agricoltura. Una problematica che illustra bene il bisogno di cooperazione internazionale per approvvigionare gli Stati già fragili a causa di una guerra, o proprio quei paesi che non riescono a trarre dei benefici dalle proprie materie prime a causa del modello di affari praticato da un’élite corrotta. La Svizzera ha veramente voglia di incassare soldi sporchi?

Puoi scaricare qui tutto il dossier in italiano su PDF: https://bit.ly/3kycNb1

[1] Nel 2018, le entrate del commercio di materie prime hanno raggiunto i 33 miliardi di franchi, ovvero il 4,8 percento del prodotto interno lordo (PIL) della Svizzera, secondo la SECO.