L'ombra di una donna che passa la scopa sulle scale
Le donne filippine che accettano di lavorare in Arabia Saudita sono regolarmente esposte a gravi violazioni dei loro diritti e a intimidazioni.. © Alex Pinheiro/pexels
Arabia Saudita

Collaboratrici domestiche filippine vittime di sfruttamento e abusi sessuali

A un anno dalla denuncia da parte di Amnesty International degli abusi perpetrati nei confronti delle collaboratrici domestiche keniote in Arabia Saudita, un nuovo rapporto dell’organizzazione mostra che le donne filippine subiscono molte delle stesse violenze, tra cui il sovraccarico di lavoro, lo sfruttamento e trattamenti degradanti. Inoltre, in alcuni casi, a questi abusi si aggiungono anche violenze sessuali.

“Once we step in their homes, we are no longer human”: Testimonies of Filipino women domestic workers in Saudi Arabia, documenta le esperienze di 19 donne filippine rientrate dall'Arabia Saudita, per lo più tra il 2023 e il 2026. Nelle interviste, le donne hanno raccontato come, una volta entrate nelle case dei datori di lavoro, i termini dei loro contratti non avessero più alcuna rilevanza e fossero lasciate in balia dell'autorità incontrollata di chi le impiegava. Queste storie riprendono molti elementi di quanto raccontato dalle donne keniote intervistate per un rapporto di Amnesty International pubblicato nel 2025, secondo cui venivano sistematicamente ingannate dai reclutatori sulla natura del loro lavoro e sottoposte a condizioni estenuanti e abusive, oltre che a discriminazione razziale.

«Queste esperienze non sono casi isolati. Le testimonianze dipingono un quadro preoccupante di sfruttamento continuo, consentito dallo Stato, in un paese con oltre quattro milioni di lavoratrici domestiche. È chiaro che, per troppi lavoratori, accettare un impiego in Arabia Saudita comporta gravi abusi e intimidazioni», ha affermato Marta Schaaf, direttrice del programma Clima, giustizia economica e sociale e responsabilità delle imprese di Amnesty International.

«In molti dei casi più gravi, gli abusi subiti dalle lavoratrici domestiche equivalgono a lavoro forzato e possono anche costituire tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento lavorativo».

I datori di lavoro controllano la vita del personale domestico

In Arabia Saudita, la forza lavoro migrante è ancora esclusa dalla legislazione nazionale sul lavoro e rimane invece soggetta al Regolamento per il personale domestico del 2023 che, pur rappresentando un miglioramento rispetto alle normative precedenti, continua a non garantire pari protezione e non è all’altezza delle norme e degli standard internazionali in materia di diritti umani e di diritto del lavoro.

Secondo le testimonianze, il benessere delle donne era determinato ben più dalla volontà del datore di lavoro che dal contratto che avevano firmato o dalle leggi e dai regolamenti volti a proteggerle. L’orario di lavoro si protraeva ben oltre i limiti di legge, da 14 fino a 21 ore al giorno. Le pause giornaliere erano incerte, mentre quelle per il pranzo erano inesistenti – e per la maggior parte di loro i datori di lavoro rendevano impossibile prendersi anche solo un giorno di riposo.

«Ho lavorato per due anni di fila senza un solo giorno libero», ha raccontato Adelina*.

«Ho lavorato per due anni di fila senza un solo giorno libero»

Adelina*, collaboratrice domestica

Joy* ha affermato che «lavorare 20 ore al giorno» era la norma, mentre il carico di lavoro di Gemma* era così intenso che «il tempo per riposare e mangiare era di soli 10 minuti». Il suo datore di lavoro le ripeteva continuamente: «Ti ho portata dal tuo Paese, quindi posso farti tutto quello che voglio».

Altre donne hanno raccontato che il loro datore di lavoro le costringeva a lavorare in più famiglie, in violazione dei termini dei loro contratti di lavoro.

Hana* ha dovuto lavorare in cinque famiglie, «tra cui quella del mio datore di lavoro, di sua madre, dei suoi fratelli e di altri parenti. Svolgevo le mansioni in tutte e cinque le case. Ogni giorno mi spostavo da una famiglia all’altra, tutti i sette giorni della settimana».

Impossibile sfuggire agli abusi

La mancanza di libertà di movimento, aggravata dalla pratica molto diffusa di confiscare i passaporti, dalle restrizioni legali che impediscono loro di lasciare il Paese senza permesso e dalla scarsa familiarità con la lingua e i sistemi locali, ha fatto sì che molte delle collaboratrici domestiche intervistate fossero di fatto dipendenti dal proprio datore di lavoro – non solo per il lavoro, ma anche per la possibilità di tornare a casa, anche nel caso in cui volessero sfuggire agli abusi.

Cleo* è arrivata in Arabia Saudita alla fine del 2023. Dopo mesi in cui le era stato impedito di uscire di casa, il datore di lavoro di Cleo ha iniziato a privarla del cibo chiudendo a chiave il frigorifero e accusandola di furto. Cleo ha chiesto al datore di lavoro di rimandarla all’agenzia di reclutamento in modo da poter tornare a casa – un processo tutt’altro che semplice e che comportava ulteriori trattamenti inumani e degradanti, tra cui una perquisizione invasiva da parte del datore di lavoro per verificare che non avesse portato via nulla dalla casa.

«È stato così facile lasciare le Filippine, ma è stato così difficile tornare indietro», ha detto Cleo. «Prima che mi permettessero di lasciare la casa del mio datore di lavoro, mi hanno spogliata completamente e hanno ispezionato ogni parte del mio corpo».

Diverse donne hanno raccontato di aver subito molestie o violenze sessuali, spesso perpetrate quando venivano lasciate sole con il loro datore di lavoro maschio o con un altro parente maschio presente in casa.

Isabel*, costretta a lavorare sia a casa del suo datore di lavoro che a casa della madre di quest’ultimo, ha raccontato: «Un giorno stavo rassettando il piumone e lui era lì, nel letto, sotto il piumone, che si masturbava e mi chiamava per farmi sdraiare accanto a lui. Sono scappata dalla stanza e sono andata sul tetto, dove mi nascondevo sempre da lui… A volte mi sembrava di preferire stare a casa della madre [del datore di lavoro]. Il lavoro lì era troppo e molto difficile, ma almeno mi sentivo più al sicuro.”

«È stato così facile lasciare le Filippine, ma è stato così difficile tornare indietro. Prima che mi permettessero di lasciare la casa del mio datore di lavoro, mi hanno spogliata completamente e hanno ispezionato ogni parte del mio corpo».

Cleo*, lavoratrice domestica

Necessarie indagini per garantire giustizia alle vittime

Le testimonianze delle collaboratrici domestiche keniote e filippine sono unite da un filo conduttore comune: per molte donne l’abuso era vissuto come una parte normale dell’essere una collaboratrice domestica in Arabia Saudita.

Anche il sistema della kafala continua a vincolare i lavoratori migranti al loro datore di lavoro, che funge da loro “sponsor” ufficiale (o kafeel) dal momento in cui entrano nel Paese e per tutta la durata del loro impiego. Benché siano state apportate riforme al sistema, le collaboratrici domestiche non hanno beneficiato di molte di esse, e gli elementi chiave di sfruttamento legati al sistema della kafala rimangono in vigore per tutti i lavoratori migranti.

«Dal Kenya alle Filippine e oltre, i diritti delle donne che si recano in Arabia Saudita per lavorare vengono ripetutamente calpestati. Questo è reso possibile dalla continua inazione del governo e da un sistema di gestione del lavoro che favorisce lo sfruttamento e perpetua il razzismo sistemico. Accettare un lavoro in quel Paese non dovrebbe significare per le lavoratrici domestiche partecipare a una lotteria, in cui i loro diritti, la loro sicurezza e la loro libertà sono lasciati al caso», ha affermato Marta Schaaf.

«Chiediamo al governo dell’Arabia Saudita di indagare immediatamente su tutte le accuse di abuso, compresa la violenza sessuale, e di assicurare alla giustizia le persone responsabili; di attuare ispezioni efficaci e di smantellare completamente il sistema di sponsorizzazione della kafala, eliminando per i lavoratori qualsiasi obbligo di chiedere il consenso del datore di lavoro per cambiare lavoro o lasciare il Paese. Dovrebbero poter partire di loro spontanea volontà. Anche le Filippine e gli altri Stati che inviano lavoratori all’estero hanno l’obbligo di proteggere i propri cittadini dalle violazioni dei diritti umani».

Amnesty International chiede inoltre che il personale domestico sia soggetto alla legislazione sul lavoro per garantire pari diritti e che le tutele esistenti siano applicate in modo efficace, anche sanzionando datori di lavoro che commettono abusi.

La reazione alle ricerche di Amnesty International

In risposta a quanto messo in evidenza dalle ricerche di Amnesty International, il governo saudita ha dichiarato che il personale domestico è protetto dalle normative in vigore e che le accuse di abusi sono prese sul serio e oggetto di indagine. Nella propria risposta ha messo in evidenza le misure volte a rafforzare le protezioni e la loro messa in atto, inclusi i contratti standardizzati, schemi per la protezione dei salari e assicurativi, meccanismi di denuncia e i percorsi per il cambio di datore di lavoro nel caso di abusi o mancato rispetto delle normative.

Il governo saudita non ha risposto alla richiesta di dati o ha fornito risposte a domande dettagliate riguardo l’implementazione e la messa in atto delle riforme che ha promosso come di altre misure volte alla protezione del personale domestico. Le ricerche di Amnesty International illustrate nel rapporto, coerenti con ricerche svolte in precedenza, suggeriscono che le protezioni esistenti sono ampiamente insufficienti per garantire protezione da abusi al personale domestico.

 

*I nomi sono stati modificati a scopo di protezione